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fino al 1.VII.2001 | Accordi di Luce – Oriente d’Occidente | Roma, Museo Naz. d’Arte Orientale

di - 4 Maggio 2001

Durante l’ottobre dello scorso anno, presso la galleria della Silpakorn University di Bangkok, si svolse la mostra The White Offeringsche, curata da Vittoria Biasi, invitava la poetica di alcuni artisti thailandesi a confrontarsi con il Buddhismo. Gli artisti (Tanomchit Chumwong, Amrit Chusuwan, Vichoke Mukdamanee ed altri) in questione sono i fondatori – nel 1981 – del ‘White Group’ ed oggi, a Roma, vengono messi a confronto con altrettanti artisti europei. Lo spazio espositivo è quanto di più inconsueto si possa immaginare: la collettiva è ordinata, sempre da Vittoria Biasi, negli ampissi saloni del Museo Nazionale d’Arte Orientale scrigno di esotismo nel cuore della Roma multiraziale e multiculturale del rione Esquilino.
Come recita il titolo dell’evento, si ha la sensazione di assistere ad un accordo. L’Oriente e l’Occidente si innalzano al di là delle trite logiche di imitazione, rivalità, odio, amore e semplicemente si fondono in una fusione il cui risultato regala un valore aggiunto rispetto ai singoli elementi precedenti. L’accordo si sublima sulla base di concetti come la luce, il bianco, lo sguardo. Si passa da ‘Oriente e Occidente’ a ‘Oriente d’Occidente’ (metafora del nostro Paese). Gli accordi e le alleanze poi non si fermano ad una comunanza di linguaggi tra gli artisti europei e quelli asiatici: il tutto è calato in maniera simbiotica all’interno di un contesto – il grande museo istituzionale – che, a dispetto dell’immobilismo apparente, è prontissimo al dialogo ed al confronto con il contemporaneo. Il Museo Nazionale d’Arte Orientale accoglie in maniera perfetta la poetica degli artisti attuali alimentando, anzi, un piacevole cortocircuito nel quale il pubblico viene spesso coinvolto. Ecco dunque l’installazione di Jacopo Benci che pone un loop video raffigurante uno sguardo di fronte ad una scultura di donna del III secolo, il visitatore viene costretto a frapporsi tra le due opere che si parlano, diventando egli stesso parte del lavoro. Tanomchit Chumwong crea una scultura zoomorfa con frantumi di ceramica bianca che con il tempo vengono deformati, consumati e ricondotti ad essere Terra, elemento originario. La luce è protagonista dell’istallazione di Noppadon Viroonchatapun che analizza il concetto di meditazione proiettando sulla parete un’ombra terrificante prodotta da una formella di resina sospesa nel vuoto. Alfredo Biasicolloca un improbabile gioiello in plastica e nylon all’interno di una delle teche del Museo, l’elemento non risulta però essere estraneo, al contrario istaura un dialogo con i circostanti resti archeologici che lo rende addirittura irriconoscibile ad uno sguardo superficiale. Di grandissima suggestione la sala assegnata a Luigi Ontani, da decenni sommo interprete dei linguaggi orientali, che porta in un mondo eccessivo e sovraccarico nel quale è indefinibile il confine tra opera d’arte e contenitore originario.
La mostra è un’ottima occasione per apprezzare uno dei centri d’arte più belli e trascurati della capitale. Sorprendente, a tal riguardo, il risultato del recente restauro che ha reso il Museo d’Arte Orientale uno spazio moderno e di piacevole fruizione.

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massimiliano tonelli
mostra vista il 21 Aprile [inaugurazione]



Accordi di Luce – Oriente d’Occidente. Roma, Museo Nazionale d’Arte Orientale, Via Merulana 248. Dal 21 Aprile al primo Luglio. Orario: 9-14; festivi 9-13. Chiuso il lunedi’. Tel. 064874415. Accesso disabili: NO, servizi igienici: SI, bar/ristorazione: NO, audioguide: NO, tempo di visita: 45min.


[exibart]

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  • Molto interessante la riflessione di Liv riguardo il rapporto tra l'immagine digitale e la fotografia; mi colpisce in particolare l'idea che possa esservi una differenza di natura, poichè ciò consentirebbe, secondo me, nell'osservazione dell'opera, un'ulteriore riflessione sui rapporti tra le varie occorrenze che conducono alla definizione della polarità tra la cultura antica e l' attualità giustamente "radicale" dell'immagine tecnologica; il fatto che la differenza sia di natura mi fa pensare al fatto che nell'evoluzione di una realtà espressiva vi siano punti di apertura o contatto con altre realtà simili ma non necessariamente sovrapponibili ai punti di queste ultime, e quindi "naturalmente" diversi. Non so se tale paradigma può essere accettabile. Penso che il lavoro di Silvia Stucky sia davvero bello e originale. Mi piacerebbe vederlo, e anch'io ringrazio il giornalista per la segnalazione.

  • Questa mostra mi sembra molto interessante, per moltissimi aspetti. Spero di riuscire a vederla e ringrazio il giornalista per la segnalazione.
    Mi colpisce in particolare il 'cortocircuito felice' -come lo chiama Tonelli- tra antico oriente e arte contemporanea, messo a tema nella mostra curata dalla Biasi, che è particolarmente significativo in relazione alla videoarte. Basti pensare a Nam June Paik. Forse il loop "Sguardo luminoso" di Jacopo Benci è anche un ricordo-omaggio al Buddha di Paik, anche se il riferimento primo è all'iconologia ortodossa e al pensiero di Pavel Florensky.
    Mi colpisce anche il racconto che mi ha fatto Silvia Stucky -un'altra artista presente nelle mostra- del suo intervento nella sala cinese, dove accosta due tipi di immagini di aghi di pino: immagini scansionate e impronte blu. E' un shortcut visivo tra la più radicale attualità dell'immagine digitale e le antichissime impronte blu, che taglia via l'immagine analogica della fotografia e la filosofia della rappresentazione -tipicamente occidentale- in essa implicita. Tra fotografia e riproduzione digitale -sembra dirci la Stucky- ci sarebbe una differenza di natura, e non di grado.

  • Sai, penso che si dovrebbe approfondire la riflessione sul rapporto tra ciò che nelle intenzioni dei curatori, forse - e nelle tue parole - si definisce "accordo" e ciò che invece è la "comunanza" dei linguaggi. Credo che i due elementi debbano essere tenuti separati. In che modo la luce, o il bianco avvicinano e accomunano questi artisti? Visitando la mostra posso infatti rimanere colpito da elementi forse comuni - che la mia mente avvicina, magari solo per una semplicissima suggestione -, ma il linguaggio rappresenta un secondo livello, dopo l'ordinamento, o almeno un livello diverso, egualmente complesso rispetto al precedente e comunque separato. Un accordo... è proprio bella questa parola... è bellissima e sublime, è tanto sublime quanto complessa, credo.
    Ciao

  • Alle amiche e agli amici artisti

    Chiamo Oriente tra Occidente una sorta di confine, un limite tra interno ed esterno, una soglia tra un fuori e un dentro, un punctum di semi-equilibrio in cui i materiali possono confluire, prendere altre vie, cambiare posizione e uso, fluttuare, uscire dalla tela ed essere altre opere. La pittura può così diventare installazione ed è possibile un passaggio dal bi al tridimensionale e viceversa, da certi nuclei energetici ad altri ancora in un continuum di ricerche: porte, soglie, altalene. Sono modalità per trasformare in modo radicale, attraverso un ribaltamento delle abitudini e dei condizionamenti, la nostra percezione dell’esistente e delle relazioni tra mondi. Forse oriente e occidente non sono che scritture di uno stesso rotolo, facce rivoltate di una stessa medaglia, bianche pergamene che continuano a ri-scriversi e a ri-scrivere i propri s-rotolamenti. Esso-noi, donne e uomini, possiamo intervenire sui bianchi fogli e sentire gli inchiostri colare e i colori-calori, le luci-ombre, scrivere. Come spiriti senza fine e senza inizio, noi-esso siamo lux continua; simili a radure luminose, siamo natura e contro natura, siamo nature non numerabili e numerabili, definibili e senza definizione, siamo nature in bilico.
    baci a voi tutti

  • Alessandra...."condottiera di uomini"....un occhio azzurro di cielo....un occhio nero di terra....sguardo luminoso...

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