“Stante la voce secondo la quale lo scultore Arnaldo Pomodoro avrebbe copiato a Gino Marotta le sue fusioni in piombo-stagno, circola la seguente battuta: come Marotta fa, Pomodoro conserva.” Questo il tracciato che appariva su Paese Sera nel 1957 e che portava la firma di Iolena Baldini, altrimenti conosciuta come Berenice. Difficile stabilire chi avrebbe copiato chi, certo è che Gino Marotta rientra in un momento di svolta epocale nelle sperimentazioni artistiche. Mimmo Rotella, Alberto Burri e altri personaggi che fiamma ossidrica alla mano “Si presentano come artisti: ma lo sono? A noi non piacciono ma qualcuno li paga cari”. Erano critiche pungenti, come spesso avviene di fronte a questo tipo di novità.
A guardarli adesso a distanza di tempo questi piombostagni colpiscono ancora: sono quadri in cui Marotta ha veramente sostituito –come era già stato notato nelle recensioni coeve- la fiamma ossidrica al pennello. Non c’è l’impressione della materia plasmata, ma della tela dipinta. Rimane comunque un figurativo diceva Gillo Dorfles : “uno dei più fantasiosi creatori di figurazioni, a cavallo tra naturalità e artificio e più prossimi al versante neorealista”.
In mostra venti lavori, tutti 1956-57, a cui ne fanno seguito altri assenti per esigenze di spazio. Eseguiti in piombo, stagno, rame, grafite, piombaggine e polvere di marmo e quasi sempre su tavola, raramente presentano del colore, che non sia quello naturale del materiale usato. Eppure si tratta di variazione cromatiche delicatissime, come in Racconto Antico, dove insieme al grigio, al nero e a un argento-bianco di effetto simile a una biacca, appare un celeste carta da zucchero.
I quadri non sono mai frutto di un’improvvisazione, di un gesto d’impeto, sono sostanza di un pensiero, racconto di ricordi, rivelazioni. I paesaggi, gli scorci di rovine possono essere paragonati allo spessore di un Et in Arcadia ego seicentesco. Nonostante eviti il decorativismo, la pittura non è mai scarna, ma descrittiva: nel Vigilante si riconoscono i tratti di una farfalla, il Paesaggio evoca sapientemente un bosco e ancora in una delle versioni del Matto, oltre il grigio della materia, si scopre un vestito di stoffa ricchissima, quasi un Klimt in bianco e nero.
Sintesi di questo percorso è proprio l’Icona bruciata, emblema di un metodo pittorico in cui nulla è affidato al caso, nessun colore, nessun tratto. In cui il procedimento e la preparazione del supporto pittorico seguono rituali ben precisi. Semplicemente sostituendo a tela e gesso un’amalgama di grafite, piombaggine e polvere di marmo più bitume e celluloide bruciata su cellotex.
valentina correr
mostra visitata il 25 novembre 2004
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