A introduzione dell’esposizione in corso, scrive il gallerista Fabio Sargentini che “nella carriera di un artista la seconda mostra è paradossalmente più impegnativa della prima. Bisogna confermarsi all’altezza, mostrare coerenza nella strada intrapresa”.
Nel caso di Giuseppe Capitano, la reazione alla pressione di simili aspettative pare essere consistita in un’assoluta fedeltà alla propria cifra stilistica, già così rigorosamente affermata nella prima personale (sempre alla galleria dell’Attico) tenutasi due anni or sono, con un’aggiunta per così dire ‘posticcia’. Tutte le opere esposte sono infatti incentrate sull’uso della canapa come materiale costruttivo e connotante, in continuità ai lavori già conosciuti, ma con un inedito ricorso a titoli fortemente evocativi. La conseguenza è che l’insieme in mostra, in sé compiuto sotto il profilo esecutivo ed estetico, assume una carica narrativa probabilmente eccessiva, con il rischio di soffocare quell’intima ambiguità che traspare dai singoli pezzi ed è la loro più profonda, specifica dote (emblematico in tal senso è il caso di Una zolletta, grazie!, aereo divertimento di un cubo in poliuretano sorretto da una fune tesa sul soffitto, il cui titolo lascia un po’ l’amaro in bocca per un’attesa frustrata di sottostante tazzina à la Oldenburg).
Tanto detto, si rileva poi come quella di Capitano sia una scultura prettamente da interno, tutta giocata su un raccoglimento di sensibilità e attenzione, che trova nella tattile fibrosità della canapa un mezzo espressivo assai congruo per l’artista. Non è quindi un caso che il lavoro meno riuscito, ci si permette di annotare, sia proprio quello in cui tale materiale è impiegato come mero
Il risultato, nel complesso, è dunque un’opera dove corporeità e intelletto s’incontrano con grande misura, visivamente ben espressa dalla ricorrenza della forma delle mani in diversi lavori, quasi un’espressione ideale di quell’aspetto pratico -ma guidato da una stringente progettualità- tipico del fare scultoreo. Così nota anche Achille Bonito Oliva, quando nel testo in catalogo parla di una cifra soggettiva di Capitano data “dalla messa a punto di un dispositivo in cui materia e forma interagiscono continuamente”, secondo un personale processo moltiplicatore delle potenzialità della stessa materia. Un processo da seguire con attenzione nei suoi sviluppi ulteriori.
luca arnaudo
mostra visitata il 25 novembre 2006
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bah...
eh no, i titoli contano eccome