Categorie: roma

fino al 10.I.2007 | Giuseppe Capitano | Roma, Galleria l’Attico

di - 30 Novembre 2006

A introduzione dell’esposizione in corso, scrive il gallerista Fabio Sargentini che “nella carriera di un artista la seconda mostra è paradossalmente più impegnativa della prima. Bisogna confermarsi all’altezza, mostrare coerenza nella strada intrapresa”.
Nel caso di Giuseppe Capitano, la reazione alla pressione di simili aspettative pare essere consistita in un’assoluta fedeltà alla propria cifra stilistica, già così rigorosamente affermata nella prima personale (sempre alla galleria dell’Attico) tenutasi due anni or sono, con un’aggiunta per così dire ‘posticcia’. Tutte le opere esposte sono infatti incentrate sull’uso della canapa come materiale costruttivo e connotante, in continuità ai lavori già conosciuti, ma con un inedito ricorso a titoli fortemente evocativi. La conseguenza è che l’insieme in mostra, in sé compiuto sotto il profilo esecutivo ed estetico, assume una carica narrativa probabilmente eccessiva, con il rischio di soffocare quell’intima ambiguità che traspare dai singoli pezzi ed è la loro più profonda, specifica dote (emblematico in tal senso è il caso di Una zolletta, grazie!, aereo divertimento di un cubo in poliuretano sorretto da una fune tesa sul soffitto, il cui titolo lascia un po’ l’amaro in bocca per un’attesa frustrata di sottostante tazzina à la Oldenburg).
Tanto detto, si rileva poi come quella di Capitano sia una scultura prettamente da interno, tutta giocata su un raccoglimento di sensibilità e attenzione, che trova nella tattile fibrosità della canapa un mezzo espressivo assai congruo per l’artista. Non è quindi un caso che il lavoro meno riuscito, ci si permette di annotare, sia proprio quello in cui tale materiale è impiegato come mero elemento di complemento, ovvero la lastra di acciaio satinato con inserti in marmo e canapa dal titolo I love you. Ora, al di là di tali critiche sporadiche, è importante sottolineare la rigorosa scelta di poetica di questo giovane artista, che scioglie con sicurezza uno dei nodi più difficili nel groviglio della scultura contemporanea, vale a dire il rapporto tra materia e intenzione, sopravvissuto all’annichilente accademia del concettuale, senza subire in ciò il peso delle esperienze recenti più storicamente ingombranti. Se, infatti, il fantasma dell’arte povera non può non evocarsi ad una prima vista, mentre si transita per i locali fascinosamente trasandati della storica galleria, a ben vedere nelle sculture di Capitano si riscontra tuttavia una poetica assai diversa, scevra d’intenti militanti e più concentrata sull’autonomo valore espressivo della materia, tale da rimandare piuttosto a una rilettura rispettosa di certe istanze profonde del miglior minimalismo (quelle di Robert Morris alle prese con i feltri, per intendersi).
Il risultato, nel complesso, è dunque un’opera dove corporeità e intelletto s’incontrano con grande misura, visivamente ben espressa dalla ricorrenza della forma delle mani in diversi lavori, quasi un’espressione ideale di quell’aspetto pratico -ma guidato da una stringente progettualità- tipico del fare scultoreo. Così nota anche Achille Bonito Oliva, quando nel testo in catalogo parla di una cifra soggettiva di Capitano data “dalla messa a punto di un dispositivo in cui materia e forma interagiscono continuamente”, secondo un personale processo moltiplicatore delle potenzialità della stessa materia. Un processo da seguire con attenzione nei suoi sviluppi ulteriori.

luca arnaudo
mostra visitata il 25 novembre 2006


Giuseppe Capitano
Galleria L’attico, via del Paradiso 41 (Campo de’ Fiori)
dal 19 novembre 2006 al 10 gennaio 2007
lunedì – sabato 16-20 – per informazioni: tel. 06-6869846 – fabio.sargentini@flashnet.it


[exibart]

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