Ha detto che tutte le cose in questo cosmo funzionano come fossero dei segni lasciando intendere che nessuna sfugge alla possibilità di essere prelevata, riprodotta, moltiplicata, assemblata.
Sta in bilico tra le definizioni – convenzioni? – di artificiale e naturale, Olaf Nicolai(Halle an der Saale, 1962) e sembra rileggere, non senza un certo umorismo, quell’incipit tanto famoso, battuta d’inizio della riflessione di Benjamin sul rapporto tra arte contemporanea e società di massa: In linea di principio, l’opera d’arte è sempre stata riproducibile. Una cosa fatta dagli uomini ha sempre potuto essere rifatta dagli uomini (citiamo dal celeberrimo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica).
Così, sempre fedele ad un criterio di estrema semplicità,
A Roma, nello spazio dell’Associazione Primo Piano, l’artista ripropone l’installazione 30 Farben.
Su una parete della sala 30 poster colorati (i colori, Nicolai li ha scelti dal catalogo Pantone, il più diffuso tra tipografie e programmi di grafica computerizzata), disposti su due file parallele, sul pavimento un lettore cd e sei cd: la composizione ed esecuzione dei brani di musica elettronica è stata affidata ai to rococo rot, una band berlinese piuttosto conosciuta, è un altro esempio della presunta affinità tra procedimento artistico e catena di montaggio, tra installazione di dimensioni ambientali ed oggetto prodotto in serie.
Al visitatore intraprendente o incuriosito la possibilità di due interventi: deus ex machina suo malgrado, finché decide di sostare nella sala, potrà scegliere il brano
Sembra un prototipo 30 Farben, un modello di ambiente componibile, modificabile, facilmente esportabile, con colonna sonora inclusa. Perché anche il superfluo o l’accessorio possono essere ricondotti nei ranghi rassicuranti di uno standard.
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maria cristina bastante
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l'articolo m'ha fatto venir voglia di andare a 'sta galleria che non conoscevo neppure