La performance inaugurale è firmata da Alessia Parenti (Roma, 1968). In vetrina l’artista espone sé stessa, la sua femminilità. In piazza De’ Ricci risuona la registrazione delle pagine del suo diario. Un vocabolario ricco quello della Parenti, spiegato con chiarezza perché non ci siano fraintendimenti. Racconta la gestazione della sua opera, i suoi travagli interiori, i dubbi e i ripensamenti. Parla di sé in terza persona per percepirsi e rivelarsi. La sua creatura è un abito-scultura, non può essere altrimenti. Un abito che esprime il suo essere. Mentre il nastro scorre, Alessia denuda un manichino, indossa la sua creazione animando l’opera. Durante la performance, la voce dell’artista recita: “… non voglio essere una donna, voglio essere un’immagine femminile, un nuova dea…”. Si gira, sorride e, così abbigliata, esce di scena. Sembra un’Athena moderna, con il suo elmo e i capelli sciolti lungo le spalle. Bella e terribile. Cosa rimane di Alessia Parenti? La proiezione di sé, solo il suo abito in vetrina.
L’universo femminile è scrutato anche da Simona Bramati (Jesi, 1975). Le sue donne si lavano, lasciandosi guardare. Il bagno diventa un momento catartico, intimo e riconciliante. Il gesto quotidiano acquista un nuovo significato, esprime una rinascita, serena o sofferta, carica di tensione e solitudine. Le sue figure si immergono nell’acqua, elemento vitale per eccellenza, femmineo e docile. Simona si ispira all’espressionismo tedesco, dove ogni pennellata e ogni segno si accendono di un forte simbolismo, ma guarda anche al Rinascimento. Le sue figure sono costruite con rigore, come quelle diPierluigi Febbraio (Roma, 1976). Quest’ultimo ricorda Klimt, per il realismo fotografico dei suoi soggetti. Un “Klimt” che si è nutrito di Freud e delle teorie psicoanalitiche.
I soggetti in primo piano dialogano con i disegni infantili del fondo. Un fondo che però, diviene protagonista. È l’inconscio, il bambino presente in noi che ci disturba, reclama la nostra attenzione, confondendosi con il presente. Febbraio dipinge su pvc, materiale freddo e silenzioso, che permette all’artista di rimanere in ascolto della propria anima e di quella dei ritratti.
Il mondo diThomas Bires (Roma, 1972) è brulicante di vita, popolato da individui attraenti ed ambigui. Il suo mondo è fatto di visioni oniriche, di materia densa. Non c’è spazio per il vuoto. L’horror vacui che domina le tavole allontana la paura della morte. I suoi personaggi, che sembrano appartenere ad un bestiario medievale, combattono le presenze malefiche.
Quattro giovani talenti, molto diversi tra loro, uniti da un sottile filo rosso. Le opere esposte nella Galleria Romberg sono ben concepite, ragionate. Contengono il nuovo germe della pittura contemporanea, e un forte desiderio di un ritorno alla figurazione.
viviana cocco
mostra visitata il 3 febbraio 2007
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