Sono tutte di grande formato le opere che Matteo Montani (Roma, 1972) espone per la prima volta a Roma nella galleria di Fabio Sargentini. Realizzate ad olio su carta abrasiva intelata, preferita per l’assorbimento del colore, sono tutte dipinte in “blu reale” (è il nome del colore utilizzato dall’artista) su fondo nero. Ma le costanti finiscono qui, perché i soggetti si prestano a diverse interpretazioni. Ci troviamo davanti a paesaggi lunari colpiti da tempeste spaziali o a panorami a noi più consueti, come distese innevate, esaminati da diverse prospettive: da lontano o da molto vicino, quasi riproducendo l’effetto della macrofotografia.
Una terza possibilità interpretativa, meno evidente ad una prima lettura, ma più affascinante e convincente, è quella intuita dallo stesso Sargentini in occasione di una visita all’artista che gli ha mostrato un piccolo quaderno sulle cui pagine alcune macchie azzurre si spandevano sul fondo nero. Scrive Sargentini nel breve testo di presentazione della mostra: “Soprattutto mi colpì l’effetto ripetuto qua e là, come fili d’erba, di minuscole arborescenze. Subito l’ho associato mentalmente alla peluria degli alveoli polmonari”. Dicendo poi a Montani: “Non hai bisogno di cercare il paesaggio fuori di te, ce l’hai dentro.”
Ed è proprio all’interno del corpo umano che queste opere sembrano condurre, come personalissime ecografie o parti di tessuto analizzate al microscopio. Dotato di una notevole tecnica non facilmente riscontrabile anche tra gli artisti più noti, Montani con questo gruppo di opere, ha avuto la forza di compromettersi. Il suo mondo sofferto e velato di angoscia, ma privo di disperazione, ci viene mostrato con forza, senza riserve. L’artista ha rischiato e ha fatto bene: queste opere per lui non sono un punto di arrivo, ma le serie basi per un lavoro che andrà sviluppato e che potrà riservare sorprese interessanti.
Tutti i quadri in mostra sono stati realizzati nello studio dell’artista in campagna, non lontano da Roma, dove evidentemente ha trovato la giusta concentrazione. In una recente intervista rilasciata ad Exibart infatti, Montani parlando del suo studio diceva: “Da quando ho messo la velina bianca sui vetri lavoro meglio. Il paradosso è che la campagna è molto più dispersiva della città, tutto è sempre in movimento. Per fortuna ho un buon apparato di luci artificiali”.
Allievo di Alfredo Pirri, Montani è un artista non estetico e certamente antitetico al pop, e con questo suo lavoro dimostra di avere una vena spirituale non facilmente riscontrabile nel panorama artistico attuale.
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a distanza di un anno dalla personale mi ritorna in mente lo stupore provato davanti la superficie di queste tele che chissà per quale incanto corrispondono ad un'immagine che abitava anche nella mia testa, immagine che ritorna quando penso ad una dimensione altra (come il fluttuare di un sogno, di un viaggio "lunare" ma anche e soprattutto di un passaggio o un approdo nell'ignoto che ci aspetta). ho trovato spettacolare l'ultima sala con il dittico della soglia (!) e Soffio. complimenti anche a sargentini e a tonelli, ma soprattutto al montani, che è pure un bel figliolo ed arrossisce ai complimenti sul suo lavoro...confido in nuovo stupore con la sua nuova mostra appena inaugurata all'attico.