Per chi conosce a fondo Roma, è difficile pensare che i gladiatori idoli delle folle del Colosseo potessero somigliare al divo Russel Crowe, star premio Oscar grazie alle vittorie sull’arena nel celebre film di Ridley Scott. Un’immagine più plausibile delle facce e delle anatomie di quegli antichi combattenti potrebbe essere trovata invece nella mostra dove Piero Pompili (Roma 1967, vive a Roma) ha sintetizzato la sua lunga ricerca fotografica sul mondo della boxe, concentrandola in un allestimento serrato e rigoroso. Senza alcuna finzione retorica, una classicità severa si fonde ad echi quasi neorealisti in un’ottica che ritrae la vita sconosciuta delle palestre, i gesti e gli sguardi dei loro protagonisti, rimanendo comunque attuale grazie ad una visione asciutta, inflessibile e del tutto priva di nostalgie.
Da più di dieci anni Pompili, infatti, si muove su una rappresentazione allo stesso tempo statuaria e realistica dei pugili, grazie a scatti che scavano nei volti segnati dagli allenamenti e dal combattimento, nei muscoli modellati dall’esercizio e dalla fatica, mostrando il sangue e il sudore addensati su una pelle dolente e ferita fino a scoprire i volti dove il coraggio e la sfrontatezza si alternano alla tristezza e alla paura. L’installazione sfrutta così con sapienza le pareti della galleria di Ugo Ferranti, costruendo quello che lo stesso artista ama definire il suo “affresco”, un ciclo realizzato con strumenti contemporanei, che dialoga però a pieno titolo con la pittura murale, la scultura e il mosaico, in una concezione “arcaica” che si colloca deliberatamente verso il magistero “trecentesco” e “rinascimentale” del cinema di Pier Paolo Pasolini per seguire l’idea progettuale di uno spazio modellato sulle proporzioni della figura umana, canone formale e misura figurativa dell’architettura che sostiene e governa la severa intensità iconica di queste immagini, fotografie aspre e possenti di un mondo sotterraneo e spesso dimenticato.
lorenzo canova
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