Una piccola mostra immeritatamente poco promossa dal Comune, che ha contribuito ad organizzarla, e che ha il pregio di fondere insieme arti visive e cinema, riportando alla ribalta –qualora ce ne fosse bisogno- il genio creativo del regista Peter Greenaway.
Questo è brevemente Il feticismo della visione, foto dal set di The history of Moab e From Vaux to the sea, i due episodi già usciti della trilogia Le valigie di Tulse Luper, ultimo capolavoro del regista inglese.
A mostrare il backstage del film è Lorenzo Vitturi (1980), fotografo veneziano che è riuscito con i suoi scatti a rimanere fedele alle caratteristiche atmosfere di Greenaway, pur dandone una personale visione, resa dalle inquadrature e dalla scelta nella composizione delle immagini in sequenza presentate anche in video.
“Le foto di Vitturi a tratti riescono a far apparire come reali le scene narrate” dice Viviana Gravano, nel testo in catalogo “e come finzione gli strumenti del set””, ricreando quegli ambienti in bilico tra vissuto e sognato, detto e sussurrato, reale o immaginario, tipici della produzione di Greenaway.
Le fotografie del dietro le quinte si confondono con le immagini del film; le atmosfere nebbiose, cariche di mistero e simboli, a tratti vicine all’esoterismo – nel riferimento alla numerologia tanto cara al regista inglese dai tempi de I Misteri del giardino di Compton House fino ai Racconti del cuscino– segnano quel momento di sospensione che rifiuta la rigida scansione temporale del viaggio di Tulse Luper e delle sue 92 valigie. E al contempo raccontano la dimensione pittorica e performativa dell’intera filmografia di Greenaway.
Ma un backstage è sempre un backstage ed allora ecco svelate le strumentazioni e i vari segreti di scena, anche se le foto sono ben lontane dall’essere una mera documentazione del lavoro delle maestranze, attori e regista, assomigliando di più a un racconto poetico, visivo. In cui luci, gru e telecamere sembrano messe lì apposta, quasi a creare il set del set.
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