Il secondo appuntamento della rassegna Giochi dialettici ha come protagonisti Sabrina Mezzaqui (Bologna, 1964; vive a Marzabotto) e Cesare Pietroiusti (Roma, 1955). Personalità diverse per generazione e tipo di ricerca, ma accomunate da uno sguardo attento alle cose minute della vita e dall’attitudine a un lavoro paziente e rigoroso. Da qui l’idea di mettere in corrispondenza i due artisti all’interno di una mostra che nasce come risultato di un dialogo a due, anzi a quattro (contando le curatrici) e di un confronto vissuto prima a distanza e poi direttamente nell’allestimento dello spazio espositivo. Un dialogo a più voci che in questo caso s’infittisce ulteriormente con l’opera di Sabrina Mezzaqui Le Parole tra noi leggère (2004), ispirata all’omonimo libro di Lalla Romano e portatrice, idealmente e fisicamente, della storia raccontata in quelle pagine, scritte dall’autrice nel tentativo di intessere un rapporto con il figlio. Con queste l’artista ha realizzato centinaia di origami soffiati, disposti su una lastra di vetro sospesa a mezz’aria, con il risultato –fortuito quanto efficace– di proiettarne sul pavimento l’ombra: evanescente e impalpabile, piatta e scura, per sua natura simile eppure diversa rispetto a ciò che l’ha prodotta e capace della misteriosa malia di far vedere il vuoto come pienezza. Così come è ambiguo quel vetro squadrato, elegante nella sua precisa trasparenza, ma rigido e freddo quanto le parole scelte dalla Romano per riuscire a capire ciò che non ha mai saputo comprendere: la diversa bellezza dell’identità dell’altro. Un altro di cui denuncia l’estraneità , ma su cui vuole dire l’ultima parola. Amore materno? Tanto quanto quello rappresentato da Marco Bellocchio in L’ora di religione. Il sorriso di mia madre (2002).
Parole leggere, negazioni impalpabili, invisibili annullamenti di una vita qualsiasi in Una giornata qualunque (2005), che nell’installazione audio di Cesare Pietroiusti si trasformano in un’ossessiva, costrittiva elencazione di azioni quotidiane non portate a buon fine per distrazione o stupidi errori. Contrattempi spesso inevitabili quanto incontrollabili che si verificano all’interno del più semplice gesto o della finalità più banale. Percorrendo con determinazione il sottile, impervio crinale tra arte e vita, Pietroiusti compie una meticolosa registrazione dei micro fallimenti a lui stesso occorsi nell’arco di una giornata. Indaga lo scarto tra progetto cosciente e suo pratico compimento, tra ragione e comportamento, in un mondo di buone intenzioni inspiegabilmente disattese, che stimola una riflessione sulla presunta “capacità d’intendere e di volere” definita dalla giurisprudenza quale discrimine tra normalità e pazzia. Ma avere un rapporto lucido e preciso con oggetti materiali inanimati prodotti per utilità può, da solo, comprovare la capacità dell’individuo di relazionarsi alla realtà umana altrui, uguale eppure diversa da sé e, in fin dei conti, sconosciuta?
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