La definizione l’ha coniata Louis K. Meisel, nel 1969. Qualcuno gli aveva chiesto cosa stessero facendo artisti come Richard Estes, Robert Bechtle, Malcom Morley, Chuck Close. Lui rispose Photographic Realism. Pragmatico, ineccepibile. Di fatto quegli artisti – ed altri – avevano iniziato a fare proprio questo: dipingere quadri che avrebbero potuto essere fotografie, vedute urbane o still life che nascevano da una fotografia. Proiettata sulla tela – ricalcando i contorni delle cose – o riportata con un paziente quadrettato, quindi dipinta ad olio, acrilico o con l’aerografo. Fino a diventare un’opera in cui la resa – è il caso di dirlo… – fotografica (nitidissima, lievemente
Poi photographic realism è diventato photorealism, con una felice – pubblicitaria – contrazione, mentre in Italia i fotorealisti sono diventati Iperrealisti, guardati all’inizio con un misto di circospetto snobismo. Adesso il Chiostro del Bramante – complice uno sponsor forse un po’ ingombrante, ma di tutto rispetto – dedica loro una mostra da non perdere; all’allestimento rimproveriamo (solo) una certa discontinuità nella scelta delle opere (ci spiace – ad esempio – per Raphaella Spence, cui Chrysler ha commissionato un bel ritratto del PT Cruiser, noi l’avremmo volentieri scambiata con uno dei volti fototessera di
Attraverso le sale, viaggio negli United States. Quelli della provincia polverosa e delle grandi città, delle luci di Las Vegas (nei quadri di Robert Gniewek), della paccottiglia da pochi centesimi (Audrey Flack, Charles Bell, David Parrish, che dipinge quadri in cui maschere dei divi dell’età d’oro di Hollywood diventano muse inquietanti), delle vetrine – magari sulla Quinta Strada – in cui un gioco di specchi moltiplica manichini e vestiti (Tom Blackwell, Richard Estes), del ketchup, della mostarda e… del dolcificante. Da sostituire allo zucchero (li ritrae con impietosa nitidezza Ralph Goings, rispettivamente in America’s favorite e Relish).
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giulietta neri
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