“Alice nel Paese delle Meraviglie” sosteneva la scrittrice inglese Virginia Woolf “è una favola per adulti che vogliono tornare bambini” e così come Alice nella fiaba di Lewis Carroll, il visitatore percorre celle e cunicoli d’età traianea sospeso tra storia e fantasia, magia ed immaginazione, curiosità e sorpresa. Diciotto artisti, per sei sezioni, chiamati ad esprimersi lungo tutta l’altezza dei Mercati, creano una rarefatta atmosfera onirica, in cui lo stridente e coinvolgente contrasto tra le antiche vestigia e l’esuberante espressività delle opere, varca ogni immaginabile confine spazio-temporale. Un simbolico cammino conduce il visitatore dall’alto in basso verso il grande prato in cui comincia e termina l’avventura della piccola protagonista.
La designer Ineke Hans ricostruisce la stupefacente atmosfera di Alice bambina nella dimensione familiare della tavola apparecchiata: il rigore del design e la compostezza delle forme rendono l’apparizione artefatta e nient’affatto che rasserenante. Il mondo incantato torna nella fila dei neri appendiabiti, che Ineke interpreta come austeri alberi della foresta nera. La designer Sander Luske, offre invece limonata in un ideale Lemonadbar con tavolini in formica, ombrelli colorati e bicchieri in porcellana. Tutto, ovviamente, in miniatura.
Hella Jongerius si diverte a cercare i difetti, le imperfezioni, gli errori degli oggetti utili, quelli di uso comune, sfidando l’ovvietà del loro anonimato. Ed è un contesto straniante quello dei due amanti che raccontano la propria storia, attraverso le immagini surreali del video Placebo di Saskia Olde Wolbers o quello dei personaggi senza storia di Liza May Post.
E ancora, sorprende la vulnerabilità degli imberbi corpi adolescenziali, dagli sguardi carichi di angoscia di Hellen van Meene, o l’uomo che salta fuori dal foro del globo terrestre nella proiezione di Job Koelewijn, che ricorda la discesa nel pozzo della piccola Alice, spettatrice, come noi, di un mondo senza coordinate. Mentre un senso di ulteriore spaesamento si ha nelle fotografie di Espeth Diederix, in cui un’innocua nuvola estiva può apparire, sotto un’ottica diversa, un grande meterorite di materiale plastico, minacciosamente proiettato verso chi guarda. I desolati paesaggi di Anuschka Blommers e Niels Schumm o quelli anelanti e fiabeschi di Marnix Groossens lasciano nell’attesa che accada qualcosa capace di sorprenderci. Così come la scultura di Mark Manders con un tavolo, una ciminiera e oggetti vari. Perché nel sottile legame che lega oggetti diversi e nella poeticità degli spazi vuoti “è possibile mostrare” dice l’artista “le cose nella loro nudità. Il momento in cui si avverte questa nudità si apre una finestra magica. L’arte ha la capacità di mostrare questa potenzialità del mondo”.
ilaria marotta
mostra visitata il 10 novembre 2004
La poetica dell’artista britannica Gwen Evans arriva a Roma, con una mostra dall’atmosfera sospesa, visitabile fino al prossimo 24 gennaio
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