È aperta da un anno e già è inserita appieno nel circuito delle gallerie romane: la sede capitolina di Ermanno Tedeschi Gallery ha fatto passi da gigante per quanto riguarda l’infiltrazione e il marketing territoriale. A due passi da uno spazio appartenente al membro di una famiglia di galleriste, a minor distanza ancora dalla sinagoga più grande d’Europa e, dulcis in fundo, la presentazione della mostra di uno dei maggiori artisti israeliani viventi. Nessuno scalpore, dunque, che David Gerstein (Gerusalemme, 1944) abbia raccolto successi di critica, di pubblico e di mercato.
Procedendo con ordine, è infatti un artista assai dotato e capace tecnicamente, che ha studiato dal 1966 al 1974 alla École Supérieure des Beaux-Arts de Paris, alla Art Student League di New York e alla St. Martin’s School of Art di Londra. Le pennellate date alle lastre di ferro componenti le opere in mostra sono sintomo di sicurezza nelle proprie capacità e sono funzionali al senso di ritmo e movimento che un tempo sarebbe stato definito impressionista e, successivamente, futurista. Rispetto a questi, peró, Gerstein è meno incisivo nella critica verso la società e comporta una rottura meno netta. Anzi, sposa appieno la causa della quiete e della fratellanza, con una strizzata d’occhio alla politica e al cinema, invitando il neo-sindaco della capitale all’inaugurazione e donando la scultura Cypress (2008) al Museo Ebraico di Roma e, infine, riuscendo a “piazzare” Lady (2008) a una delle interpreti di Sex and the City.
Da qui derivano anche le sculture facenti parte della serie Jazz and the City (2004), vera e propria celebrazione della musica e della città adorata da Woody Allen. I temi dell’amore e dello sport, della natura e del divertimento rimangono, comunque, i prediletti dall’artista israeliano, siano essi sotto forma di labbra rosse, di atleti di triathlon, di mucche o borsette trapassate dai raggi x. Il gusto per l’accentuazione di alcuni tratti, l’efficacia coloristica che fa scambiare il metallo con il vetro e il senso diffuso di ironia sono imprescindibili dall’opera di Gerstein. Anche se, nella produzione più recente, è diminuita la componente cromatica.
Per chiudere, commovente l’omaggio a The last great smoker (1997), un Pablo Picasso assorto e concentrato, ritratto con una sapienza che merita più della zona vietata al pubblico o che, forse, ne è proprio la causa.
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fausto capurro
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