Nel refettorio quattrocentesco di Palazzo Venezia sono esposte tele, bronzi, pupazze, volumi e libricini firmati Franz Borghese (Roma, 1941). Sono queste le opere che il curatore Giovanni Faccenda ha raccolto per l’antologica dell’artista romano. L’esposizione comprende ben 25 tele, che coprono un arco temporale che va dal 1971 ad 2005, nonostante un vuoto che prende tutti gli anni Ottanta. Il corpus così riunito mostra l’autore sempre fedele a sé stesso, per stile, colori, atmosfere e soggetti.
Per lo spettatore, infatti, mai come in questa antologica, sarà facile riuscire a ritrovare –aldilà dei richiami all’espressionismo post bellico di George Grosz e Otto Dix– il file rouge sotteso a tutta l’opera del pittore, che ritrae i tanti aspetti di quella vanità, tutta profondamente umana ed universale, celata in ognuno. “Tutto è vanità” ammette sconsolato l’artista “confesso, per esempio, di essere un vanitoso giocatore di scacchi e un vanitoso scrittore. Non sono, invece, un vanitoso pittore…”
I protagonisti ritratti sono, in effetti, sempre gli stessi ed è solo grazie all’occhio ironico del maestro che le buffe figurine assumono corpo e concretezza, ognuna impersonando una storia in uno squarcio di vita reale, sempre diverso e sempre attuale. Ne Il concerto nell’uovo la scelta del frate che dirige i musicanti è un chiaro richiamo al potere del clero; in Assassinio nel Parco tutti rimangono impassibili ad impersonare il proprio ruolo di attori-spettatori, mentre un piccolissimo cagnolino, sullo sfondo, è l’unico a fuggire via dalla tragedia.
Il funambolo, opera centrale della mostra e della produzione del maestro, emblematica dei nostri giorni perché descrive l’incertezza dell’uomo contemporaneo e la precarietà dell’esistenza. Come non essere incuriositi, poi, da tutti quei cagnolini che si ritrovano ovunque, negli oli come nei bronzi, in versione meccanica o in carne e pelo, piccoli e timidi o mostruosi e minacciosi. Un po’ come i loro padroni, dei quali rappresentano la parte istintiva più vera e più nascosta.
Tanti, infine, i Ritratti immaginari -una contraddizione in termini- che rendono quanto mai chiara la natura dell’opera di Borghese. E’ proprio tramite la finzione scenica e la caratterizzazione dei personaggi, infatti, che la sensibilità colta e raffinata dell’artista riesce ad evocare una realtà tutta interiorizzata. Descrivendo un non luogo senza tempo crea dell’uomo un’immagine nuova, peculiare e riconoscibilissima.
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www.franzborghese.it
biancamaria carusio
mostra visitata il 14 settembre 2005
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