Ci sono spazi, temi, iconografie che sfruttati con intelligenza, invasione controllata e molta mimesis, danno vita a progetti di raffinata contemporaneità (non solo cronologica). Ciò significa avere grande sensibilità di osservazione, conoscenza del posto e chirurgico colloquio di arte contemporanea. Cadere nel banale è molto facile. Erik Matrai (Budapest, 1978), giovane artista ungherese, nella chiesa dei Bergamaschi sceglie una via sicura, che gli permette di interagire in modo pacato senza il rischio dell’errore. Quattordici piccoli monitor a cristalli liquidi raccontano le stazioni della passione di Cristo con azioni lente e gesti controllati. L’impostazione “rilassata” crea singole narrazioni congelate, che tendono a focalizzare l’attenzione su avvenimenti religiosamente significativi. Responsabilità dell’atto. Questa calma alterata, per quando concettuale, denota implicitamente un’apprezzabile e costruttiva preoccupazione tecnica, dando al lavoro complessivo non solo una valenza significante-evocativa, ma anche prettamente sistematica. L’iconografia è dichiaratamente trecentesca per la “formalità” dei personaggi, il trattenersi dei movimenti e soprattutto per questo approfondimento delle ricerche spaziali che ricordano Pietro Lorenzetti e suo fratello Ambrogio. È ovvio anche il riferimento a Giotto: i sentimenti dei suoi personaggi, i cromatismi e le situazioni fortemente allegoriche che incrementano senso spirituale, danno altresì un’impronta decisamente aulica, severa e concettualmente impegnata.
Tipico di Matrai è lavorare su tematiche e forme religiose per il loro essere conformi ad un immaginario collettivo, non solo formale. L’idea è di attualizzare uno storico messaggio umano attraverso icone e
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alessandro facente
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Interessante l’idea, ben confezionata tecnicamente.
Evanescenti gli episodi: ok!
Ma il Cristo è risibile come “attore”!
Sulla croce sembra si stia al più sottoponendo ad una uretroscopia piuttosto che essere crocifisso da grossi chiodi! Ridicolo, comico!
L’intenzione c’era..non riuscita!