Artista scomodo, Sergio Ragalzi (Torino, 1951), amato dalla critica contemporanea, ma osteggiato da un mercato dell’arte che invece ha sempre preferito prendere le distanze dalle riflessioni scaturite dalle sue opere, tutte, inevitabilmente, affini al tema della morte. Senza ricorrere alle sostanze organiche di un Wim Delvoye, o alla spoliazione della carne –letteralmente- di un’Orlan, l’artista torinese affronta in terra natia, in Italia, il postumano, il disumano e la malattia endemica che affligge l’uomo da sempre. La morte, la decadenza del corpo, il carattere effimero dell’esistenza. Fabio Sargentini, noto gallerista romano che in passato ne aveva predetto la carica emozionale, “mette in scena” l’ultima collaborazione con l’artista. L’Urlo di Ragalzi è un esplicito omaggio all’espressionista olandese Edward Much, autore dell’omonimo quadro. Dopo le ombre atomiche, i virus, gli insetti e infine le scimmie, l’esistenza umana per Ragalzi si riduce all’astrazione dei tratti del viso. Nei quindici dipinti, tempera e spray, campeggiano giganti, quanto le tele che li ospitano, gli “urli afoni”, come ama definirli Sargentini. Quel che resta dell’Uomo. Un nero bitumoso che fa da sfondo preme sugli spazi vuoti delle orbite e della bocca, porta allo spasmo chi recepisce l’immagine. Lo spazio de L’Attico, nel lusso di una casa del centro capitolino, conservando l’antico splendore di un soffitto dipinto, contrasta piacevolmente con la carica neoespressionista di Ragalzi: cherubini contro sagome contorte, contemplazione apollinea contro un dionisiaco opprimente. Ragalzi infatti ripete, in maniera ossessiva, lo stesso tema plastico in tutte le tele, variandone i rapporti di dimensione dell’oggetto quadro e l’ampiezza dei volti stilizzati: ovali in cui ancora si intuiscono i tratti -bocca, orbite, narici- si alternano a quelli in cui la cavità orale riempie lo spazio quasi totale della tela.
Le tre sale che ospitano i dipinti sfociano poi in un ultimo locale, eredità della mostra precedente, Doppio Shakespeare, in cui è allestito un teatro per la creazione di una performance artistica posta in maniera continuativa al percorso a cui avvia la pittura di Ragalzi. L’unione fra pittura e teatro si realizza nella messa in scena dell’opera del torinese attraverso la recitazione di alcuni passi del diario dell’artista olandese qui omaggiato. L’attore Francesco Biscione, trasformato egli stesso in uno dei fantasmi contorti di Ragalzi, dona agli spettatori l’atto conclusivo della visione che, trasposto in azione teatrale, dà voce all’urlo afono precedentemente citato. Il grido lacerante culmina nell’ennesima visione di una bocca spalancata che fa da sfondo all’impianto scenico in cui infine si proietta lo stesso attore scomposto nell’espressione dell’urlo ragalziano-munchiano. La performance tuttavia non è sempre garantita, la programmazione dell’evento secondo giorni ed orari prestabiliti, la prenotazione eventuale dei posti (massimo 50) non permette che si possa parlare effettivamente di connubio artistico fra le due forme dell’espressività , pittura e teatro. Di conseguenza l’evento fisico dell’azione teatrale diventa un’esperienza di visione aggiunta. Un’emozione da provare, tuttavia, “in più” rispetto al percorso espositivo pittorico.
L’individuo di Ragalzi permane privo di voce, su questi incombe il destino del non vivente. Di un grido, dunque, inascoltato.
chiara li volti
mostra visitata il 24 maggio 2007
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