Scatole filate che definiscono spazi di concentrata eleganza, i lavori di Emanuela Fiorelli – romana, classe 1970, fresca vincitrice del premio nazionale di pittura dell’Accademia di San Luca – s’impongono all’attenzione in primo luogo per la loro ambivalente natura di oggetti costruiti con amorevole artigianalità e riflessioni raffinate su una specifica linea dell’arte contemporanea.
Il ricorso a materiali poveri come telai in legno, tarlatana (un tessuto in garza apprettata, solitamente usato nella preparazione delle lastre per l’incisione calcografica) e fili si associa in effetti a una verifica rigorosa del fare artistico con espressi richiami ideali tanto alla tradizione spazialistica inaugurata da Lucio Fontana che alla questione della valenza oggettuale degli esiti della stessa. La combinazione sapiente di questi pochi elementi si sviluppa infatti in composizioni rette da una suggestiva tridimensionalità, dove i fili definiscono stratificazioni di geometrie rarefatte da una scelta rigorosa e intensa dei colori.
In occasione di una precedente mostra della Fiorelli, Nadja Perilli ha parlato di “labirinti di percezione, strade impercorribili, detriti di una geometria ormai dislessica, flussi che sfiorano la pittura e orme di scultura”. Ma nei lavori della Fiorelli c’è anche, si ritiene, una caratteristica femminilità che l’arte contemporanea in generale sta sempre più definendo attraverso un’inedita attenzione all’uso del filo come mezzo espressivo. Lungi dal voler contrapporre un’identità femminile a una maschile in base alla specificità dei mezzi espressivi scelti – un rischio intelligentemente segnalato dalla recente mostra torinese Non toccare la donna bianca presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudendo – va piuttosto preso atto di come la proposizione di tecniche e strumenti tradizionalmente propri di un artigianato al femminile sia una scelta linguistica che elimina una volta di più la separazione elitaria tra materiali artistici alti e (supposti) bassi. Rivalutando aspetti operativi di assorta semplicità che, proprio per questo, si rivelano particolarmente adatti a proseguire con rigore il discorso dell’arte contemporanea in un’età di stordente tecnologizzazione (in questo senso, la mostra Il racconto del filo tenutasi al MART di Rovereto nel 2003 ha sicuramente costituito un passaggio di notevole importanza documentale).
Nella sua recente tesi di laurea (ad honorem) Sguardo, opera, pensiero. L’arte visiva strumento di pensiero, Maria Lai – l’artista sarda nota per i suoi lavori di tele cucite e ricami – si è soffermata tanto sulla “capacità dell’arte di aprire e dilatare la coscienza” quanto sulla persistente distanza sociale tra domesticità e arte, con quest’ultima celebrata in mostre e musei ma percepita su un piano diverso rispetto al fare quotidiano. La ricerca della Fiorelli pare idealmente riannodarsi all’opera e al pensiero della Lai proprio per la sua sorprendente capacità di farsi nel quotidiano, spingendo lo sguardo dell’osservatore a interrogare la natura stesso dello spazio attraverso assemblaggi di delicata ed emozionante manualità.
luca arnaudo
mostra visitata il 18 marzo 2005
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