Se la fanciulla di
Giorgio de Chirico corre nel “mistero” e nella “malinconia” di una “strada”, stringendo fra le dita un esile cerchio, è facile immaginare che voglia raggiungere dietro quel palazzo archetipico una campana disegnata a terra. Ma di quella fanciulla a noi rimane solo l’idea di un gioco; il resto è una rarefatta e immobile assenza del reale.
La campana di quella bambina, la ‘rayuela’, per scriverla come la scrive
Fernanda Veron (Necochea, 1978; vive a Roma), è finita nel video dell’artista argentina, proiettato nel buio del piano basso della Dora Diamanti Arte Contemporanea. Nelle
Sale di Los, Veron indaga se stessa e la sua memoria, si spoglia di una veste pura, una veste bianca, e si filma dietro le sbarre immaginarie di una mente triste, malinconica, come la malinconia che circonda la fanciulla del dipinto.
Tra un frame e l’altro, il video singhiozza parole scritte su un nastro bianco, in ricordo forse al lavoro precedente dell’artista, che sul nastro di Möbius aveva fatto un viaggio; “
nell’attesa la solitudine mi portava alle nuvole”, scrive Veron, e nella piccola sala d’ingresso della galleria racconta il suo volto nascosto dietro nugoli di pensieri.
Una serie di autoscatti la rivelano in tutta la sua inquietudine. Con il volto semiricurvo, quasi a nascondere lo sguardo, Veron torna a indagare il mezzo fotografico, passando dall’analogico al digitale: stringe con una forza immaginaria le nuvole che la circondano, fumo nevrotico inconsistente, come nevrotico è il suo apparire dietro le schermo, mentre il paesaggio attorno si fa grigiastro e si dipinge di antico: un non-luogo.
Con la piena consapevolezza d’un uso ricercato della luce, l’artista sembra giocare con il suo “Id” creativo, assecondando quell’istintività interiore che la porta a mostrarsi davanti al suo pubblico diversamente da come molti la ricordano in
Ed ero vivo, vivo alla luce del sole (2008), ora in mostra al Festival della Fotografia, in cui un giallo-ocra invade campi lunghi di paesaggi con una scia incisiva e amena. Mai però così personale come quella della nube che nelle foto in mostra le sostituisce il volto: “
Quando mi fermo per capire, misuro lo spazio circostante, ed è talmente vasto che non trovo punti di riferimento”, continua Veron, che, insieme al video e alle fotografie, scrive le sue parole racchiudendole in una brochure.
Il suo disorientamento lo si trova anche nel video, un manicomio d’immagini pieno di sussulti, in cui una fanciulla saltella su una campana. Forse ha da poco lasciato a terra il suo cerchio, e vive nella sospensione di quel novecentesco realismo magico, passando dalla pittura alla fotografia, per raggiungere lo schermo. “
Qui finisco e qui ricomincio. La rayuela”.