“She told me the grass is alive/I said/naturally the grass is alive/she said no/the grass is alive”. Così inizia il racconto. Ogni opera è un episodio a sé, ma come in tutti i lavori di Charles Avery (Oban, Scozia 1973, vive a Londra), possiamo considerarle anche ognuna come un atto unico di una pièce teatrale. Perché così appaiono le figure di Avery: attori. Eleganti, sofisticate, un pizzico altezzose. Figure delineate con segno forte e deciso, che dimentica la corporeità. Come accadeva anche nel medioevo, nei bellissimi mosaici ravennati, dove i piedi della Teoria delle Vergini e dei Martiri si sovrapponevano incuranti delle regole prospettiche. Non mancano certo i ripensamenti, che in alcuni casi lasciano una lieve traccia dando addirittura la sensazione di un’eterea presenza. Come nel pannello del trittico. Lei (Dorothea?), con abito lungo, di fattura neoclassica, con i capelli raccolti e le immancabili perle ai lobi, è delicatamente appoggiata al tavolo. Quel tavolo su cui poggia il vaso con le “piante vive”. Con un vertiginoso ingrandimento, il vaso visto da così vicino rende meno assurdo il dialogo appena svolto tra Lei e l’anonimo interlocutore. Quelle piante sono veramente “vive”. Vive di uno spirito disceso, dell’anima eletta che si è incarnata in uno dei primi dieci
Guardando quest’installazione, lo spiazzamento è forte. Un tavolino bianco, esile come quello su cui è appoggiata la donna, simile a quello da ping pong la cui rete centrale è sostituita da uno specchio. Vi si riflettono i tre serpenti. E dall’altra parte? Non il niente, come solitamente ci si aspetta guardando dietro uno specchio. Bensì altri tre identici serpenti. Sullo specchio, con una sapiente costruzione, “entrano” anche le figure dei quadri. E così guardando una faccia dello specchio, si riflettono le scure sagome di due fiere pantere. Guardando nell’altra faccia,
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