“Poi, la sera o la notte e nei giorni liberi, mi rinchiudevo nel mio studio, dove tra terre, sabbie, oggetti trovati, colori di ogni tipo, fili di ferro grossi e fini, esplodeva la mia creatività accumulata e compressa nella memoria e nei sensi, dilagando sulla tela o sulla carta.” Così Francesco Guerrieri parla di sé all’epoca in cui realizzava le opere in mostra. Erano gli anni a cavallo tra i Cinquanta e il Sessanta, subito dopo il suo matrimonio con la pittrice Lia Drei, celebrato nel 1958. Fu con lei che l’artista cominciò a viaggiare in cerca di una “natura primigenia e dei luoghi dove ritrovare origini remote”. Ed è lui stesso a confermare che la genesi delle sue opere è legata alle giornate infuocate trascorse sull’isola di Vulcano o alle grotte preistoriche visitate in Spagna e Francia. E così le “rossastre rocce vulcaniche, la lava solidificata, i gialli sulfurei, le terre grigie e nere, l’azzurro incomparabilmente puro del mare” si materializzano, si assemblano come segni graffiati sulle pareti delle grotte. Guerrieri le definisce “apparizioni”.
Erano gli stessi anni in cui disegnava nudi nei corsi all’Accademia di Francia e, allo stesso tempo, si nutriva di ricordi per alimentare la sua creatività. All’epoca chiamava la propria ricerca informalismo polimaterico, una fase che presto avrebbe lasciato il posto alla cosiddetta “serie delle continuità”. Ora quel periodo viene invece definito pre-gestaltico, perché immediatamente precedente all’epoca dello studio formale e percettivo. Il termine viene dal tedesco gestalt e si riferisce proprio alla struttura della forma; pre-gestaltico quindi è tutto ciò che viene prima di quel periodo in cui si viene definendo una forma, una fase in cui una sorta di creatività primordiale emerge attraverso una gestualità tutta d’istinto. In seguito la polimatericità resterà, la stessa che in quegli anni si poteva riscontrare in Burri, Fontana e molti altri contemporanei.
Quella materia che rappresentava una rinuncia, un rifiuto del bello, proprio quel bello canonico che Guerrieri ritraeva nelle sue giornate all’Accademia.
In mostra una ventina di opere, tutte realizzate tra il 1959 e il 1962, compresi due esemplari (B.R.12 e B.R.1.) che sono il punto di partenza per la successiva fase (quella gestaltica) le cui soluzioni -strutture continue, bande parallele, colorate e polimateriche- lo renderanno famoso. Varie le versioni di Cosmogonia, racconto della genesi terrestre, tra blu marini e rossi fuoco; e di Sabbia e Fil di Ferro in cui l’assemblaggio dei vari materiali sembra ricondurre l’ooservatore in primitive caverne. Poi ci sono i ritratti, dove non c’è forma, ma solo una sua rievocazione. Un’apparizione, per tradurre la sensazione dell’animo umano di fronte alle moderne tecnologie, al futuro che incalza. Uomo cosmonauta ne è la sintesi per eccellenza: cerchi in plastica come occhi, cartone porta-uovo come viso, fondo di un contenitore come bocca.
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valentina correr
mostra visitata il 19 maggio 2005
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