All’odore si mischia il colore, rosa, accattivante, che rende tutto deliziosamente morbido e gommoso.
Alla fine, subentra il piacere fisico dell’oggetto, la tentazione di morderlo, toccarlo, giocarci.
Ebbene sì, Maurizio Savini sperimenta, ormai già da qualche anno, le capacità espressive di una materia inerte come il chewingum, la gomma da masticare, usandola come pigmento per le tele e marmo per le sculture.
Alla leggerezza del mezzo (ogni piccola gomma che usa pesa circa 20 grammi) si associa l’ironia e il senso ludico della rappresentazione: ora un paio di scarpe dai tacchi altissimi, ora una pioggia di palloncini, fino a riprodurre, meticolosamente, per la personale alla Galleria Bagnai di Siena, ogni singolo pezzo del suo studio. Si è detto che Savini, associando all’idea di scultura e pittura, la materialità del chewingum, per antonomasia oggetto “povero” e deperibile, trasformi l’aulico in ludico e viceversa. Su questo obietterei: le opere di Savini non vogliono essere auliche, non hanno alcun tipo di pretenziosità. I suoi “dipinti”, ma soprattutto le sue sculture, sono realizzate con un ottimo impiego di manualità e solo per il pezzo principale della mostra Years form now , al Segno, ci sono voluti mesi di lavorazione. Ma l’arte di Savini è un arte che porta con se la volontà di trasformare, in piacevoli oggetti-giocattolo, gli oggetti a volte grigi della realtà quotidiana, ricoprendoli di seducente e profumato colore rosa confetto.
Fino al venti luglio, la piccola galleria Il Segno, ospita la mostra Years from now , in cui Savini presenta, come accennavo, oltre ad alcuni dipinti e piccole sculture, un lavoro decisamente interessante. Un ragazzo a grandezza umana, ovviamente ricoperto di chewingum, si intravede, le braccia e lo sguardo rivolto verso il cielo, da una sorta di corazza, nella quale rimane come imprigionato.
l’artista ha mutuato il titolo della mostra da una poesia di Greg Gaffin, professore universitario e cantante del gruppo punk dei Bad religion . ”Ora” come sottende lo stesso titolo non indica la conclusione di un ciclo, tanto meno implica l’assunto comune che il presente contenga il passato. Come sottolinea Cecilia Casorati nel suo scritto, l’enigmatica frase “da ora”, al contrario, sembra non aver nulla a che fare con il passato, indicando una tensione, una sete di vita, tesa completamente al futuro.
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