L’arte attuale pare ignorare, o quantomeno fraintendere, un elemento sostanziale come la temperatura. Dimenticando che la temperatura è sempre stata centrale. Temperatura dell’atmosfera, temperatura dei colori, temperatura della luce. Poche esemplificazioni storiche sarebbero illuminanti, da Caravaggio a Turner, da Ingres a de Chirico, fino a Lucien Freud. Negli anni Sessanta la critica si prestò addirittura al facile esercizio dell’omologazione, individuando un’arte “fredda” (minimal-concettuale) contrapposta ad un’arte “calda” (informale-gestuale).
Quando la temperatura torna a denotare la creatività, i risultati sono assoluti. Gli infuocati drammi lirici di Shirin Neshat, il visionario pregnante Weather Project di Olafur Eliasson alla Turbine Hall della Tate. Sensazioni primarie, per percezioni diffuse. È forse in questo ordine di considerazioni che il lavoro di Paolo Radi (Roma, 1966) presenta i suoi risvolti più interessanti: nelle sue opere stimoli contrapposti creano un corto circuito virtuoso; forme e materiali minimal, “freddi”, si confrontano con cromatismi mediterranei, “caldi”. Una dualità pirandelliana rimarcata dal gioco delle trasparenze, dell’equivoco, innescato da elementi simili a velari, ampi gusci in pvc che ammantano un microcosmo dove forme sospese giocano sulle corde cromatiche sensibili dei gialli, delle ocre, degli ori. “La luce di queste opere”, scrive Silvia Pegoraro nel testo critico che accompagna la mostra, “è nell’assenza che si legge in esse, nel loro indecifrabile gioco di trasparenze e affioramenti, che non si traducono mai in fisicità esplicita e aggettante…”.
Rifiuto consapevole dell’affermazione formale, dell’esclamazione, che non diviene tuttavia un “gran rifiuto” di memoria dantesca, celestiniana. Casomai “…un contrapporsi all’esteriorità vitalistica del proprio presente”. Stavolta è Enrico Crispolti che ci soccorre, “per affermare di questo una dimensione interiore, alternativa, visionariamente prospettica”. Perché se la temperatura a volte torna a far capolino, anche il dubbio…
massimo mattioli
mostra visitata il 2 novembre 2005
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