Ha gli occhiali scuri per un’infezione agli occhi. Si scusa con i giornalisti, Patti Smith (Chicago 1946). E’ a Roma per presentare la mostra delle sue fotografie a Palazzo Fontana di Trevi (nell’ambito del Festival Internazionale di Fotografia). Sere fa, il 17 aprile, è anche salita sul palco in piazza del Campidoglio per la lettura delle sue poesie. Jeans e stivali di camoscio, la giacca un po’ sformata con un laccio rosso legato all’asola e una spilla rotonda con il simbolo della pace. Capelli lunghi sciolti sulle spalle, esile e alta, la Smith sorride e parla con tono pacato, accompagnando le parole con la gestualità delle mani dalle lunghe dita. Unici monili alcuni braccialetti intrecciati, un cerchietto al dito medio e una lunga catena d’oro da cui pende una croce. Proprio la croce -nelle sue possibili varianti- sembra il leitmotiv delle fotografie, inclusa quella semplice di marmo che compare in numerosi scatti, appartenuta al suo più caro amico, Robert Mapplethorpe. “Ci siamo conosciuti quando avevamo una ventina d’anni e siamo cresciuti insieme. All’epoca non faceva ancora il fotografo – non scattava – mentre io sì. Gli ho dato addirittura la mia macchina fotografica. Lui a me ha dato un’enorme sicurezza, fiducia in me stessa – come essere umano e come artista – e una grandissima amicizia.
Stampate su carta opaca, tutte uguali nelle dimensioni -un rettangolo il cui lato maggiore supera di poco i dieci centimetri- queste fotografie hanno un sapore antico. Tecnicamente gli ingredienti fondamentali sono due, la luce e l’ombra. “Non sono una fotoreporter, come il grande Robert Frank. Le mie foto sono di natura molto più meditativa. Molte sono scattate in studio. Ad esempio la serie del Cristo Crocifisso l’ho realizzata stando seduta nel mio studio solo con la luce naturale, aspettando che diventasse come la desideravo. La mia comprensione della fotografia, quindi, si riassume con il mio rapporto con la luce.”
Oltre alla forte spiritualità che si avverte nella trattazione dell’icona del cristianesimo (anche se Patti Smith non è cattolica) ci sono anche parecchie immagini di Buddha e oggetti per lei significativi, come l’Atlante di Arthur Rimbaud, le scarpette di Rudolf Nurejev, le pantofole di Robert Mapplethorpe, il calco del volto di William Blake, le pietre tombali, un microscopio… Ci sono anche immagini di fiori -rose, tulipani, una margherita- e scorci di New York, Tokyo, Osaka e Roma. La luce che filtra attraverso le colonne tortili del Baldacchino del Bernini o il colonnato di San Pietro, le colonne del Pantheon. “Ieri ero a Napoli,” -racconta Patti Smith- “mi sono messa a guardare il Vesuvio e mi sono sentita un po’ come Monet. Ho scattato la stessa foto venti volte. Intanto la luce cambiava. Dapprima era tutto brumoso, c’era una sorta di caligine, alla fine la luce è diventata persino forte.” Con lo stesso procedimento ha realizzato la sequenza di sei immagini, in mostra, della
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