Due opere assai diverse si guardano tra loro nella grande sala del primo piano -sotto lo sguardo di fanciulle svolazzanti dipinte sul soffitto- della casa/studio/museo di Hendrik Andersen (1872-1940), visionario scultore americano di origine norvegese.
La fotografia sul cavalletto è stata appositamente realizzata in questo luogo da Claudio Gobbi (Ancona 1971): si riconosce un angolo del pavimento a mosaico, il termosifone di foggia antica, la porta di legno verde con le ante riflettenti. Sono in tutto tredici gli scatti riuniti sotto il titolo di Persistence (il curatore è Francesco Zanot), realizzati tra il 2003 e il 2006 da questo giovane fotografo che ha dalla sua anche un periodo di lavoro accanto al big Gabriele Basilico (2000-2003). A Milano come a Praga, Varsavia, Parigi, Berlino o San Pietroburgo, Gobbi immortala scorci di interni cristallizzati dove l’individuo è assente o, piuttosto, indirettamente presente attraverso gli oggetti: sedie o poltrone in sequenza, numeri progressivi segnati sulle spalliere, tende, lampade, porte, pavimenti. I luoghi sono spesso vecchi cinema, teatri, sale da biliardo. Luoghi rimasti immutati nel tempo, mentre tutt’intorno il futuro avanza precipitosamente.
Chiba (pseudonimo cyberpunk di Daniela D’Avino; Catanzaro 1976), invece, con Abnormal (curata da Francesca Cavallo), catapulta lo spettatore nel regno dell’abnorme, di una bellezza smisurata che diventa grottesca e disarmonica, e per questo meravigliosa. Il mondo dell’infanzia è chiamato in causa, se non altro per via di quel modo di realizzare la scultura come fosse un giocattolo. Ampio spazio anche all’immaginazione, laddove i protagonisti di queste opere volumetriche che Chiba crea dopo centinaia di ore di lavoro e con una quantità incredibile di polistirolo, acrilico e latex (dai 2,5 ai 7 metri cubi), non sembrano essere catalogabili in una tipologia specifica.
Il site specific è Hendrik: sul pavimento due gambe maschili avvolte nei pantaloni rossi e calzate da stivali neri, un braccio con una mano che potrebbe salutare o anche chiedere aiuto mentre annaspa, il resto del corpo è una lingua turchese e bianca, le curve di un serpente che potrebbe muoversi. Nelle altre due stanze laterali c’è Alice -due piedi nelle scarpe da bambina con il fiocco sostengono un grande ortaggio verde smeraldo- mentre dalla porta aperta della toilette (qui l’atmosfera sembra più che mai d’altri tempi, forse per via di quella vasca da bagno smaltata con i piedini) ecco spuntare Hieronymus. Un grande pesce che stringe in una mano un pugnale pronto a cadere in picchiata sulla vittima invisibile.
Persistenza e anormalità sono, insomma, i due temi su cui ruota questa mostra il cui titolo è Oltreconfine, fase conclusiva della III edizione del Master in Management per Curatore nei Musei d’Arte e Architettura Contemporanea (che ha visto la collaborazione di varie istituzioni tra cui DARC, MACRO, GNAM e Facoltà di Architettura di Valle Giulia). Perciò onori -non solo oneri- anche ai due curatori selezionati dalla giuria, per l’appunto Zanot (Milano 1979) e Cavallo (Gioia del Colle-Bari 1978)- giovani co-protagonisti di questa interessante avventura.
manuela de leonardis
mostra visitata il 24 giugno 2006
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