Le fotografie sottratte dagli album sono tracce su cui si misura la portata del ricordo, ma soprattutto irruzioni materiali da cui hanno inizio stimoli che portano il ricordo a diventare immagine. La fotografia è già di per sé continuità nel tempo del momento: compleanni, matrimoni, feste in maschera e gite domenicali riguardano attimi di consapevolezza in cui lo sguardo resta impresso per essere tramandato.
Le opere di Mauro Di Silvestre (Roma, 1968) si sviluppano in senso narrativo, ma senza rendere didascalico il contenuto e in giusta aderenza con lo specifico visivo. Le sue tele sono lontane dalle minuzie analitiche della memoria di derivazione proustiana, dove l’imminenza del ricordo è legata ad accadimenti inaspettati e incontrollabili, ma sono lontane anche dagli svolgimenti complessi dell’azione mentale di Harold Brodkey, scrittore americano di fine Novecento, dove l’atto formale (della letteratura) è concepito come alterazione della memoria, alla luce della quale anche il presente e la stessa realtà assumono nuove connotazioni.
Nel lavoro di Di Silvestre la memoria si pone invece come sollecitazione auto-indotta, a partire dal materiale fotografico che è già un’elaborazione squisitamente formale della realtà. Da questo spunto attinente alla narrazione il passo risolutivo è la pittura in senso stretto, come logica degli spazi e delle superfici.
L’ingegno formale del pittore prevede che gli ambienti urbani e gli interni restino inalterati; a mutare invece, in bilico tra presenza e assenza sono le figure umane, figure di un’intimità privata che non sono mai colte di sorpresa, pur comunicando un senso ambivalente di distacco. David Hockney torna alla mente, oltre che per l’insistenza del dato autobiografico, anche per la tecnica pittorica, che si esprime per stesure piatte di colori accesi e saturi, anche se non sempre con la stessa compattezza.
Lo spettatore viene messo in sintonia con atmosfere psicologiche dal sapore empatico; è colto da un generale senso di delicatezza, dove contenuto e forma vengono convalidati e tenuti in equilibrio da variazioni sullo stesso tema linguistico, che è quello dell’ossimoro. Presenze che emergono dalle assenze, particolari definiti che amplificano apparizioni indefinite, ma soprattutto lo slittamento tra mondo privato dell’artista e anonimato sensibile di appartenenza collettiva.
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daniele fiacco
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una ricerca, quella di mauro di silvestre, che si allinea alla cattiva abitudine (attualmente molto diffusa nelle nuove generazioni) di realizzare immagini solo apparentemente ben dipinte, in realtà, scialbe e inconsistenti. nessuna linea di continuità, pertanto, con la "grande tradizione" della quale, in di silvestre, non ne sopravvive neppure l'ombra.