In base ad una convenzione universalmente riconosciuta le luci del semaforo possono avere solamente tre colori: verde per indicare via libera, rosso per determinare l’obbligo di fermarsi e giallo per invitare a procedere con cautela. Una triade cromatica determinante per regolare il disordine del traffico, ormai un’icona abituale -e funzionale- del paesaggio urbano. Paradossalmente, la teoria del caos di Prigogine considera il numero tre come notevole responsabile dell’incremento caotico di un sistema, giacché tre variabili possono essere sufficienti per generare situazioni conflittuali. Che sia inteso come ordine o caos, come equilibrio o instabilità, il numero tre, storicamente simbolico, riveste un ruolo centrale nell’opera di Raul Gabriel (Ensenada, Argentina, 1966), che in questa occasione accoglie il semaforo come oggetto emblematico del proprio lavoro.
Così, mentre Mondrian interpretava la vivacità causata dalle luci a neon e dal traffico metropolitano secondo una trama reticolare ben precisa, l’artista argentino decodifica l’elemento normalizzatore del caos urbano spogliandolo della sua primigenia funzione e accennandolo concettualmente attraverso il bianco e nero. In questo vago riferimento, l’alternanza drastica dei colori è sostituita dall’intervallo fluido delle forme imprecise, che spariscono e riemergono lentamente, modificandosi grazie al linguaggio digitale. In questo modo, la confusione veemente della città diventa armonia ciclica delle immagini.
Nello storico spazio romano, tra i diversi rumori provocati dalla città urbanizzata riprodotti elettronicamente, uno scooter diventa protagonista al centro dell’installazione.
Un elemento ormai indispensabile per la mobilità, fermo di fronte a tre semafori allegorici che lo circondano. In questo evidente coinvolgimento del reale, la plastica bruciata del lato della carena destra riconduce al tema del riciclaggio urbano, mentre la freccia destra continuamente accesa si contrappone al ritmo vorticoso della quotidianità.
La citazione lontana del semaforo diventa lampante nei quadri, vincolati ancora al tema del riciclaggio, dove un astrattismo drammatico racconta un particolare processo del formarsi dell’immagine. Un percorso che sembra nascere dalla nostra mente e, attraverso diversi livelli della coscienza rappresentativa, raggiunge l’esplicita realtà.
angel moya garcia
mostra visitata il 15 marzo 2007
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