Vorrei poter esprimere un giudizio positivo su questa mostra.
Lo vorrei per molte buone ragioni: il numero delle opere esposte (132 pezzi tra dipinti, disegni e sculture), la qualitĂ dei nomi proposti (da Balla a Sartorio a Cambellotti, tanto per citarne alcuni), lâintento â del tutto encomiabile â che si prefigge. Restituire al pubblico la visione di un passato recente, eppure giĂ avvolto dalle nebbie del ricordo e del mito, quale quello della Campagna Romana.
Câè stato un periodo, tra la fine del â700 e i primi del â900, in cui gli artisti prestavano unâattenzione devota a questo mondo âselvaggioâ e popolare, assolutamente autentico rispetto allâincalzare frenetico della rivoluzione industriale. Nei loro dipinti, la pennellata indugiava a descrivere lâincedere del tramonto, la luce rosata che lambiva le rovine perse nel verde, i carri dei contadini di ritorno dalla campagna (Ippolito Caffi, Nino Costa), oppure si soffermava, con dovizia di particolari, a narrare battute di caccia e i butteri con le loro mandrie (Enrico Coleman).
Passeggiando per le sale del Museo del Corso, vedrete tutto questo, e riuscirete sicuramente a riappropriarvi di una parte della nostra storia dellâarte, troppo spesso trascurata da rigorosi e sistematici studi critici e smerciata senza ritegno dalle gallerie private.
Passeggiando per le sale dicevo, vi sarĂ impossibile non abbandonarvi al lirismo di certi paesaggi di Sartorio, dai toni evocativi e dalle luci soffuse, con le sue donne dagli occhi profondi e dai suoi pastori, persi nella dimensione degli antichi canti. Provate a non lasciarvi catturare dalle forme di Cambellotti, dure, legnose, eppure di una eleganza maestosa e solenne, e ancora, dalla delicatezza dei pastelli di Balla, tra cui ad esempio Cantano i tronchi (1906) e Campagna Romana (1902).
Questa mostra indubbiamente ha dei bei pezzi. E val bene una visita. Tuttavia alcune pecche ci sono, ed è giusto ricordarle, soprattutto per evitare spiacevoli inconvenienti. Dovrete fruire questa mostra evitando accuratamente di osservarne lâallestimento. Non guardate, nemmeno per sbaglio, la disposizione delle luci, dei quadri alle pareti, delle sculture. Non fate caso, a meno di non volervi rovinare la visita, ad un Sartorio lasciato nellâombra, allâaltalena Caffi-Costa-Hackert ed infine a La Pace e Il Buttero di Cambellotti, sistemati contro una parete verde prato, e assolutamente impossibili da guardare da un punto di vista che non sia frontale.
Ecco, se si evitano queste osservazioni â inevitabili â per chi scrive, ma è un parere del tutto soggettivo- questa mostra andrebbe vista. Sicuramente.
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mi sono piaciuta le foto moderne delle zone ritratte nei quadri. Prima aperta campagna ora soffocate dalle case popolari...Il resto della mostra è un po uno squallidume