Nello stesso anno in cui Michel Foucault pubblicava Les mots et les choses, Mao Zedong dichiarava ufficialmente iniziata la drammatica Rivoluzione Culturale e l’opinione pubblica di tutto il mondo protestava contro la guerra in Vietnam, nasceva Kerstin Kartscher (Norimberga, 1966). Cresciuta nella Germania ancora sciagurata e apprensiva del dopoguerra, la sua attività diventa una catarsi artistica con cui elabora un affascinante mondo parallelo, fatto di una continua evasione dalla realtà. Verso la ricerca della sicurezza e della protezione.
In questo modo, grazie ad un miscuglio di elementi anacronistici, come un letto singolo in Private War o un lavabo verde di metallo insieme a bottiglie, bicchieri e mattonelle in Empathy spa, le sue installazioni diventano rifugio dell’anima, un luogo dove fuggire per trovare la calma e rimuovere le paure. L’artista concepisce una dimora provvista persino di un senso mistico, un altare della memoria e della coscienza, che diventa anche una riflessione sociale sulla libertà contemporanea.
Immersa nella tradizione espressionista tedesca, riporta poi fedelmente questi concetti nei suoi disegni, che rimandano agli inizi del XX secolo: signorine elegantemente vestite celebrano la propria femminilità circondate da ambienti ostili, esprimendo la necessità di soccorso di fronte ad una realtà opprimente, che istiga a scappare.
Così, nella sua prima personale italiana, l’artista tedesca presenta un lavoro con una forte valenza evocativa, riconoscendo i ruoli delle donne nella storia, ma innanzitutto mettendo a disposizione un santuario che costringe l’immaginazione dello spettatore.
Una sorta di entourage dove i concetti di paura, timore o insicurezza diventano universali e atemporali. Una poetica intimista attraverso la quale sembra possibile allontanarsi da una società alienante. Trovando, nella solitudine quotidiana, uno spazio dove poter piangere e tremare al sicuro.
angel moya garcia
mostra visitata l’8 marzo 2007
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