La Risoluzione 181 approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’Act of Union 1800 e la Risoluzione 425 del Consiglio per la Sicurezza dell’ONU sono soltanto alcune delle decisioni politiche relative alla configurazione del territorio internazionale. Diverse lingue, abitudini e memorie storiche sono state agglutinate sotto colori e simboli che delineano arbitrarie mappe politiche. E, dimenticando una legittima divisione culturale di etnie o tradizioni, i Paesi più potenti giocano sul tavolo la ripartizione delle risorse naturali, voltando le spalle quando si tratta di rifugiati, guerre civili, fame o violazione dei diritti umani in zone economicamente poco interessanti.
Però, accanto a questo scoraggiante silenzio si accendono le risposte verso gli eclatanti abusi di potere, invocando la protesta come unica via di uscita dinanzi alla prepotenza del commercio e ai conflitti d’interesse. Dalla politica, dall’ecologia, dalle manifestazioni pubbliche e anche dall’arte si moltiplicano le riprovazioni, che urlano di fronte ad un mondo che sembra scevro da ogni morale. In questa cornice conflittuale, six nations, ovvero sei protagoniste dei rapporti internazionali, sono rappresentate dalla mano sovversiva di Pietro Ruffo (Roma, 1978). Nella mostra, disegni, acquarelli e dipinti evocano il colonialismo parassitario che si nutre dell’impotenza dei territori conquistati e dominati, che diventano il “supporto ospitante”.
Così, attraverso un tratto sottile, Ruffo rappresenta le bandiere di queste sei nazioni disposte sulla propria carta geografica, riempita di teschi di diverse forme che trasmettono un senso quasi subliminale di turbamento e inquietudine.
La nuova potenza economica della Cina e quelle ormai consolidate di Usa e Gran Bretagna vengono contrapposte all’avvilente conflitto tra Israele e Palestina, alla lotta di Hamas e alla disperazione del Libano. Quella che era assenza di attenzione verso l’oggetto rappresentato per Jasper Johns, diventa atto simbolico di sostegno, attraverso una postura minacciante, e di rifiuto dell’imperialismo economico che occupa gran parte delle pagine dei giornali quotidiani.
Al centro del problema e dello spazio espositivo, una monumentale installazione, Das Chinesische Reich, ispirata a un testo dello scrittore italiano Roberto Saviano. Un’enorme piramide di scatole e pacchi cinesi che Ruffo ha raccolto fuori dei negozi intorno alla stazione Termini a Roma. Lo spettatore viene invitato ad entrare in un’angusta cavità al centro della piramide dove un video spinge a riflettere sull’impossibilità di varcare la linea che delimita le frontiere attraverso la visione di montagne insormontabili.
Così, rifugiati ed emigrati occupano per la prima volta un ruolo centrale in un lavoro dove il contenitore involge il contenuto e il cui titolo fornisce una minacciante chiave di lettura. Una riflessione sul potere nascente, quello che sarà quello capace di costruire, creare e imporre confini e regole.
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