Alle volte ci vuole (relativamente) poco: per esempio un’idea. Quella giusta. Prendi l’uovo di Pasqua: la cioccolata, la sorpresa all’interno, il gusto e la curiosità di sapere che cosa c’è dentro. Un insieme di ingredienti praticamente perfetto, peccato tocchi solo una volta all’anno. Allora la pensata è semplice e un tantino paradossale: fare sì che l’uovo in questione (seppur in formato ridotto) ci sia sempre. Altrove si direbbe aumentare l’offerta, un trucco come un altro, magari. Ma questa volta funziona, eccome. Più o meno la vicenda dell’ovetto più famoso che la storia ricordi –quello della Kinder, naturalmente- inizia così, da un’intuizione fortunata di Michele Ferrero. Era il 1974. E visto che trent’anni non sono pochi, il prodigioso ovetto -ma soprattutto l’allegra tribù di sorpresine- festeggia il compleanno con una mostra, allestita a Roma negli spazi del Complesso del Vittoriano (con tanto di laboratori e visite guidate).
Come capita in ogni anniversario che si rispetti non manca proprio nessuno della famiglia all’appello. E così sfilano le serie di personaggi (quelle del ritornello-tormentone: Una sorpresa su cinque…): dall’introvabile Puffo sui trampoli, a quello delle Olimpiadi –due pezzi da collezione che valgono intorno ai 900 euro- alle Tartallegre, ai Coccodritti, gadget, sì, ma non solo. Che l’allestimento divide e distribuisce, che –complice un diorama- s’animano improvvisamente (succede nella sezione: il mondo delle sorprese), o che se ne stanno sottovetro in sfere trasparenti, come curiosi souvenir dell’infanzia: una bolla per ogni anno, andando dagli esordi ai giorni nostri. Un po’ feticci divertenti, un po’ oggetti d’affezione, irrisori –certamente- ma chissà come mai, in fondo in fondo, insostituibili. Perché il potere d’attrazione del gadget a sopresa è tutto lì: è perfettamente inutile e assolutamente (con un’intensità che è difficile ammettere a se stessi) desiderabile. Sospeso tra il gioco e la piccola innocua smania del collezionista.
“Molti di questi pupazzi vengono da figure mitologiche rielaborate dall’industria culturale di massa” scrive Alberto Abruzzese nel catalogo che accompagna la mostra. Certamente sarà vero, ma il fascino discreto della tartarughina tuttofare o del coccodrillo acconciato in perfetto stile Grease preferiamo rimanga così, semplicemente intatto, senza troppe spiegazioni. Racchiuso –e non potrebbe essere altrimenti- tra due metà di cioccolata e un guscio di plastica.
mariacristina bastante
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