Il “meccanismo” forse è lo stesso: tele di formato rettangolare, come moduli, disposte a distanza sempre uguale, quasi seguendo le linee guida di una griglia invisibile: per il Padiglione Italia della Biennale appena conclusa, ogni tela dipinta era una bandiera, tutte insieme erano il quadro di un mondo parcellizzato e ordinato secondo un criterio di colori giustapposti, di divisione in spicchi o strisce, con l’aggiunta, in qualche caso, di stemmi, stelle, mezzelune; nella galleria Maniero, Marco Neri (ri)propone un lavoro (lo aveva già presentato alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, nella mostra con Andrea Salvino) che pare una variazione divertita sul tema – molto fortunato – del paesaggio urbano e che si adatta perfettamente al piccolo spazio espositivo.
Le tele sono finestre, dipinte nei toni dell’azzurro, del blu intenso, con il bianco che traduce l’incidenza dei raggi luminosi: ognuna è differente nella partizione di toni chiari e scuri che definisce vetri, serrande abbassate completamente o a metà; a colpo d’occhio le tele evocano la facciata – cortina di un fabbricato qualsiasi che potrebbe trovarsi in qualunque città, tutte insieme scandiscono un ritmo apparentemente sempre uguale, sembrano appropriarsi (e restituire, come fossero uno specchio) dello sguardo insensibile del passante abituale, che ha già visto e che sa che vedrà ancora il medesimo spaccato urbano.
In mostra anche una delle bandiere, frammento del quadro di tutto il mondo, vedute di edifici e inquadrature ravvicinate di scale mobili, ovunque azzurro e blu. Un’unica tela fa eccezione, quella con un sole rosso.
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ma perché allora ha fatto alla biennale quella schifezza