Appena fuori dalla galleria, in una cassa da imballaggio, Francesco Arena (Mesagne, Lecce 1978) ha ricostruito una cella a grandezza naturale e l’ha intitolata: 3,24 mq. Esponendo a Roma per la prima volta, Arena ha voluto offrire a questa città una testimonianza concreta di un fatto avvenuto ventisei anni fa e che ha mutato il corso della storia politica italiana. La chiave di lettura dell’opera sta nell’invito che riporta in copertina una foto del parco romano di Villa Bonelli con bambini che giocano proprio di fronte al numero civico 8 di via Montalcini, presunto luogo di prigionia di Aldo Moro, rapito dalle Brigate Rosse.
La ricostruzione della cella è perfetta con tanto di spioncino, branda militare e water chimico. Spazio strettissimo, claustrofobico, di un ordine quasi maniacale. Su una mensola poche suppellettili, fogli di carta e una penna. Opera questa di Arena dunque piena di riferimenti politici e sociali. La ricostruzione che ne ha effettuato l’artista è fedele, frutto di approfondite ricerche sugli atti giudiziari del processo. “I miei interventi sono sempre ispirati dal luogo dove lavoro” –dice– “in questo caso Roma mi ha riportato al rapimento di Moro, avvenuto nel 1978, l’anno della mia nascita. Episodio tragico della nostra storia che mi ha sempre affascinato. In particolare sono sempre stato interessato alla sua prigionia e a dove è stato custodito: un luogo non-luogo, qualcosa di immateriale, di non visitabile ed ho sentito l’esigenza di realizzarlo”.
Con quest’opera (visibile fino al 31 luglio) Arena riesce a coinvolgere emotivamente la spettatore mostrandogli la realtà in tutta la sua crudezza costringendolo a riflettere. Arena ha al suo attivo numerose installazioni. Lo scorso maggio con l’opera Souvenir: una Volkswagen Passat da lui dipinta a mano con i colori di una macchina della polizia sistemata nel centro storico di Bari, ha vinto il premio GAP- Giovani Artisti Pugliesi che nel 2005 lo porterà ad avere una personale alla galleria d’Arte Moderna di Bologna.
L’altra installazione all’interno della galleria è di Domenico Palma (Ostuni, Brindisi 1978). Artista ironico e dissacrante, Palma ha ricostruito al centro dello spazio espositivo un vero pozzo usando grossi blocchi di tufo inviati appositamente dalla Puglia e chiudendolo con una vecchia copertura in ferro. Ed è proprio da una fessura
Il pozzo dunque come memoria, come ricordo dell’infanzia trascorsa nella campagna pugliese, metafora di qualcosa che affascina, ma fa anche paura. Giocato sull’ironia e sul sarcasmo il lavoro di Palma è dedicato a importanti personalità religiose come Sai Baba e il reverendo Moon. Questi due personaggi fortemente mediatici sono rappresentati dall’artista attraverso i loro rispettivi improbabili copricapi. Una parrucca di capelli ricci neri per Sai Baba, appesa alla parete come un trofeo di caccia, dalla quale emana una vocina che ripete frasi di Woody Allen, e una corona in terracotta smaltata per il reverendo Moon, situata a terra vicino al pozzo, è realizzata come se fosse un giocattolo. Quindi una rappresentazione tesa a ridicolizzare, dissacrare questi due “guru” della medialità religiosa per svilirne l’impatto emotivo che esercitano sui loro seguaci. Con questa opera Palma si apre all’installazione senza tuttavia abbandonare il video e non rinunciando alle citazioni tratte dai film o dai testi letterari a lui più cari.
pierluigi sacconi
mostra visitata l’1 luglio 2004
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ma l'hai vista la mostra? No? E allora facci un salto, va...vedrai che capisci..forse..(?!!)
Si, ma guardando la cella o il pozzo senza tutte queste spiegazioni testuali, mica sono così evidenti questi riferimenti sociali, storici, così precisi.
Il citazionismo (colto), sembra più un espediente per argomentare il tutto.
Ma effettivamente, questi tipi che ricamano sulle proprie opere tonnellate di riferimenti a questo e a quello, perchè non si mettono a fare i romanzieri?
Un buon lavoro è quello che ha bisogno solo di se stesso e che sopravviverà (come senso) a chi lo ha creato.
Se l'opera ha bisogno di spiegazioni o di chiarimenti o che il fruitore venga messo sulla traccia giusta, allora è debole o carente.
così come l'ultima personale a torino di d. mangano intitolata 1976 (anno della sua nascità ,e via una sequela di coincidenze ,davvero enfatiche, accuadute lo stesso anno!!!) ma basta....
ho visto la mostra di questi 2 pugliesi, effettivamente mi sembra che il loro lavoro sia adatto ad attirare e a rimandare su noi stessi le paure che il millennio appena conclusosi ha lasciato su di noi, di conseguenza effettivamente credo che dovrebbe il sindaco di roma insieme all'autorità pontificia vietare questo genere di manifestazioni degeneranti, che possono minare la salute psichica di un pubblico non preparato a codeste efferatezze. un pò come per il gay pride insomma. e non voglio dire altro. vergogna!