All’interno di uno spazio inusuale, uno studio di architettura situato in un imponente ambiente in mattoni rossi dalle alte volte incrociate -dunque con l’incombenza di tener conto di non poca complessità e preesistenza dello spazio- l’artista romano Giuseppe Tabacco ha allestito una mostra concentrata e assorta, che sfugge a definizioni immediate. In linea con gli artisti che l’hanno preceduto tra le volte (Enrico Pulsoni, Ignazio Gadaleta, Lucilla Catania solo per citare alcuni dei più recenti animatori di questa singolare galleria), Tabacco ha infatti realizzato un intervento pensato e misurato appositamente per l’occasione, sfruttando appieno le peculiari dinamiche architettoniche del luogo e, insieme, dando un saggio convincente della propria ricerca stilistica, da quasi un quindicennio incentrata sull’uso della cera d’api come strumento pittorico e, più in generale, sull’affinamento di una poetica dell’attenzione.
Inserendosi con empatia nei toni caldi del mattonato, Tabacco ha interamente ricoperto di paglia un ampio spazio ad arco cieco. Quindi, dinanzi a una finestra chiusa da una grata e aggettante su un piccolo giardino, ha disposto una fotografia che riprende una veduta quotidiana ripresa dalla stessa finestra. Infine ha raccolto su un’altra parete una serie (per la verità forse un po’ troppo affollata) di tavole a cera. Realizzate con casseformi di legno riempite di lipidi naturali dai colori diversi per comporre delicati giochi di scomposizione spaziale, queste opere sono significative per il loro ricorso a stilemi propri della linea razionalista della pittura astratta, ma rigenerati da un mezzo duttile e velante come la cera, capace di far emergere l
La fascinazione per i materiali organici e la loro capacità di animare l’ambiente occupato conferendogli una misura naturale, insieme a un intento –esposto sin nel titolo della mostra, La pesantezza, la leggerezza– di riflettere sui pesi diversi dei fenomeni e delle esperienze, sono ad avviso di chi scrive i tratti più significativi di un insieme espositivo intimamente accogliente, che afferma la lentezza e l’attenzione ai rapporti dell’insieme come valore, oltre che come metodo di lavoro. Aprendo all’osservatore l’esperienza di un tempo dilatato dove l’opera d’arte (per riprendere una nota di Roberto Longhi citata nella bella presentazione di Cesare Sarzini alla mostra), “non sta mai da sola, è sempre un rapporto”. L’impressione complessiva che si ricava dalla mostra, in effetti, è proprio quella di una meditazione serena ma tesa sulle relazioni tra il tempo e lo spazio, ricorrendo alla voce silenziosa della natura come suggeritrice dell’opportunità di una maggiore, quotidiana attenzione.
luca arnaudo
mostra visitata il 15 marzo 2007
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