Due artiste accettano la sfida della convivenza e della condivisione di un unico spazio. Così l’abitare uno stesso luogo diviene il trait d’union del loro lavoro: le opere si legano all’elemento esterno, imitato, trasformato o elaborato per ridefinire un posto preciso, quello del proprio operare.
La giovanissima Kristine Alskne (Riga, 1980) ridisegna l’ambiente con un abile artificio pittorico. Intende l’arte come mimesis e utilizza il wall painting per contaminare e decorare gli spazi, tracciando l’architettura del luogo attraverso le tonalità cangianti del verde, dell’ocra e del marrone. La minuziosa cura della pennellata sfiora il decorativismo. Ricopre col colore il bianco dei muri, il grigio del pavimento e con la vernice colata si occupa degli interstizi e degli angoli. Una fronda sale lungo l’arcata e si dipana pian piano sulle altezze, un traliccio mimetico s’arrampica sulla volta dell’arco, disegna l’ambiente, mettendo il visitatore a contatto con una natura artefatta ma incredibilmente viva e pulsante.
Il fogliame, memore di umidi sottoboschi, cambia tonalità assumendo di volta in volta tinte diverse e, come avviene in natura, la pittura si appropria delle superfici come fosse un’edera invasiva, diviene tutt’uno con lo spazio, come fa il muschio stratificato sulle mura dei vecchi palazzi della zona. Il linguaggio di Kristine è denso di significato: indaga la più intima relazione dell’artista con l’elemento naturale da cui attinge o che contamina di volta in volta. Il rapporto è sincero, pulito e limpido: un do ut des equilibrato.
Più complessa la relazione di Sandrine Nicoletta (Aosta, 1970) con l’elemento esterno da cui attinge inesauribile vitalità. Il suo linguaggio declina di volta in volta nella fotografia, nel disegno o nel video. Una ricerca espressiva più che semantica, che mira a ricostruire il controverso rapporto tra il proprio io e il mondo esterno, dove l’anelito di una via di comunicazione più diretta si avvale di tutti i mezzi a sua disposizione.
La montagna di rottami rivela una certa ambiguità negli elementi che la compongono. Resti scomposti richiamano moderne discariche d’umanità, così il mezzo artistico diviene artificio illusorio di realtà spezzate o contaminate. Il viaggio catartico e immaginario verso paesi lontani porta l’artista a scomporre i confini dell’Iraq sui disegni a china, lasciando alla fantasia la forza scenografica della montagna di silicio su cui cammina il suonatore. Tutto trova sintesi perfetta in una miniatura riassuntiva delle tappe cronologiche ed emotive del viaggio, con un evidente richiamo alle tele narrative del primo Cinquecento. Pellegrinaggio e ricerca. Forza e curiosità. In cui la questione finale che l’artista pone indaga l’emozione che muove il viaggiatore, le sue sensazioni o la consapevolezza del proprio agire.
ilaria marotta
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Bella mostra, brave Kristine e Sandrine! Bravo Matteo! Bravo lo staff!!!