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fino al 28.V.2006 | Martin Parr – TuttaRoma | Roma, Musei Capitolini

di - 2 Maggio 2006

Stando ai libri di storia, il turismo di massa sarebbe nato in Inghilterra il 3 luglio 1841, quando un giovane e intraprendente iscritto alla locale lega della temperanza, Thomas Cook, organizzò un viaggio per 570 persone lungo il tragitto di dieci miglia in treno tra Leicester e Loughborough: tutto per la modica cifra di uno scellino a testa, the con biscotti e accompagnamento di una banda di ottoni inclusi.
In meno di due secoli dalla sua prima gita fuori porta, il turismo associato allo straordinario sviluppo dei mezzi di trasporto ha rivoluzionato l’aspetto del pianeta, e sono ormai ben pochi i luoghi che scampano alla sua stordente invasione. Sicuramente Roma non è uno di questi, come da ultimo dimostra con disarmante brutalità la serie di fotografie che Martin Parr ha realizzato per il festival fotografico attualmente in corso nella capitale. Da anni sulla breccia (nato nel 1952 a Epsom nel Surrey, è membro della prestigiosa agenzia Magnum sin dal ‘94), Parr eccelle nella resa di soggetti legati al cattivo gusto e alla volgarità contemporanea, che riesce a cogliere con un cinismo e un sarcasmo effettivamente rari. La sua fama, del resto, si fonda su progetti come Bored Couples (una serie di ritratti di coppie annoiate colte in giro per il mondo), Common sense (scatti assortiti di oggetti pesantemente kitsch) o il celebratissimo The Last resort, desolato reportage sui luoghi di vacanze estive lungo la costa inglese.
Anche nel caso di TuttaRoma, Parr fa ricorso ai suoi stilemi e mezzi espressivi più tipici: uso abbondante del flash portatile per illuminare soggetti all’aperto e accentuare i colori, estrema nitidezza e brillantezza delle immagini ottenute ricorrendo a negativi e apparecchi di medio formato (solitamente una Plaubel Makina). Davanti all’obiettivo impietoso del fotografo, sfilano dunque torme di turisti sudati e persi per la città eterna, temporaneamente alle prese con decine di snapshot appese al collo, acquisti di improbabili souvenir e guide dozzinali, consumazioni di cibi scadenti intorno al tavolino sporco di un bar.

L’insieme appare di impressionante coerenza nel rendere lo squallore e la superficialità della transumanza globale che costituisce il turismo di massa attuale, così come colta da uno sguardo che fu addirittura Henri Cartier-Bresson a definire nichilistico dopo aver visitato una mostra di Parr a Parigi (secondo quanto riporta un articolo disponibile nel sito di Parr, il grande maestro francese gli avrebbe detto senza mezzi termini: “Lei viene da un pianeta completamente diverso dal mio”).
È difficile non essere colpiti dalla mostra, che disorienta la coscienza dell’osservatore per il suo essere un misto di accusa sociale e al contempo una sfacciata dimostrazione di opportunismo estetico a spese degli inconsapevoli soggetti, immortalati nei loro aspetti più impoetici e sostanzialmente miserabili. Utile al proposito sarebbe stato consentire più a lungo un confronto con Little Trip to Heaven, una piccola mostra di Francesca Lazzarini compresa nel festival ma durata lo spazio di soli tre giorni al Tempio di Adriano. Nella ricerca iconografica della Lazzarini, infatti, il principio morale alla base degli scatti pareva all’esatto opposto di quello di Parr, volto cioè a cogliere le sommesse resistenze al consumismo visivo ed esistenziale poste in essere da visitatori in giro per Roma, anch’essi scamiciati e intruppati nel sistema del low budget, ma con un’impressione di più profonda attenzione per le cose e maggiore concentrazione personale. Insomma, una mostra dove non tutto dell’umanità sembrava completamente perduto.

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www.martinparr.com

luca arnaudo
mostra visitate il 5 aprile 2006


Martin Parr – TuttaRoma
Roma, Musei Capitolini, Piazza del Campidoglio 1
dal 4 aprile al 28 maggio 2006
da martedì a domenica ore 9-20. Chiuso lunedì
biglietti: intero 8 euro – ridotto 6
per informazioni tel. 0639967800
info.museicapitolini@comune.roma.it
www.museicapitolini.org


[exibart]

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  • ...e io preferisco il pianeta di Bresson.
    Fotografare così la gente implica una presunzione di superiorita del fotografo rispetto al soggetto fotografato. Gli artisti sono davvero superiori alla gente normale? Possono permettersi questo tipo di gudizio sulle persone, che questo tipo di lavoro implicitamente comporta? Non sono forse anche loro quattro ossa sotto il sole? E comunque questo tipo di fotografia, non è, alla fine, visto e rifisto, fino alla noia?

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