Irene Kung è svizzera di Berna, ma vive a Roma da circa venticinque anni. Una città che ama profondamente, per il suo continuo sorprendere e per quella vena di irrazionalità che la pervade.
La pittrice -che ha lavorato anche come fotografa e grafica nel settore pubblicitario- torna sulla scena artistica romana dopo dodici anni di assenza (in questi ultimi anni ha esposto soprattutto a Londra e negli Stati Uniti, tra New York, Chicago e Miami), presentando la sua prima mostra fotografica. Un progetto nato circa un anno fa: “È stato un passaggio molto importante per me, quello dalla pittura alla fotografia”, spiega la Kung. “All’inizio ero frustrata, perché non sentivo che il lavoro fotografico mi corrispondeva, invece, con il tempo si è rivelato una liberazione. In fondo ho continuato a lavorare sugli stessi temi della pittura, solo usando un’altra tecnica.”
Lavora in digitale, Kung, puntando l’obiettivo prima di tutto sulle “pietre” di Roma, dal tempietto delle Vestali alla cupola del Pantheon, fino al profilo da grande carapace del nuovo auditorium. “Ho iniziato fotografando i monumenti, ma dopo un pò ho scoperto gli alberi, che per me rappresentano la pancia, il lato emotivo. I monumenti, invece, sono il razionale.” Proprio nella descrizione delle foglie degli agrumi o dei platani –alberi, peraltro, tipicamente romani- ancor più che nei dettagli architettonici esce fuori un tratto molto vicino all’incisione, altra tecnica a lungo praticata d
Anche nella ricerca fotografica l’obiettivo finale è la sintesi. Il risultato è un’immagine pulita, equilibrata, in cui è stato tolto l’inutile con il bianco/luce o con il nero/oscurità. Un procedimento che coinvolge la luce, ma anche lo stato d’animo e la partecipazione emotiva dell’autrice.
In mostra sono due le serie di lavori che si confrontano: in una prevale l’ombra, nell’altra la luce. Il tutto mediato dall’unica fotografia a colori -più esattamente un monocromo- che con quel vortice di felci rosse rappresenta l’elemento di dissonanza -l’imprevedibile, l’incerto- con tutta la violenza del colore e del segno dinamico. “Sentivo il bisogno di un qualcosa che mettesse in discussione la meticolosità, la rigorosità stessa del bianco e nero.”
Tra le opere c’è anche un interessante intreccio di foglie di platano che nella sua rigogliosità materica fa venire in mente certe sgocciolature di Pollock. Da lontano si percepisce solo un groviglio, una serie di macchie. Solo avvicinandosi alla fotografia si coglie, quasi con sorpresa, la precisione del dettaglio, la grandezza miracolosa della natura.
Quanto alla foto del drago di Pechino -eccezione in un contesto romano- non è solo un souvenir de voyageche testimonia la curiosità e l’entusiasmo di Irene Kung per l’arte e la cultura cinese (tanto da aver iniziato a studiarne anche la lingua), ma un capitolo aperto per una prossima mostra.
manuela de leonardis
mostra visitata il 27 novembre 2006
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