Difficile dire quale sia il momento temporale che la parola “mutazione” presuppone, sia esso lo svolgimento in corso di un cambio, oppure il risultato stesso di una trasformazione. Ciò che sicuramente non è in discussione è che questa parola in predicato da sempre interessa e attrae la curiosità umana, stimolandola non solo verso una ricerca di tipo alchemico (da un materiale se ne ottiene un altro), ma anche coinvolgendola nei risvolti cronologici insiti in una mutazione.
I finalisti della prima edizione del Premio Alcatel – Lucent sembrano avere intrapreso questa strada per le riflessioni fotografiche presenti nella mostra Mutations I, aperta in occasione del Mese Europeo della Fotografia. Quest’ultimo è un network con altre città come Berlino, Bratislava, Parigi e Vienna, ed è proprio il clima interculturale che aiuta l’analisi delle variazioni possibili (e non) all’interno di uno spazio temporale.
Philippe Ramette (Parigi, 1961), vincitore del Premio nel 2006, con le due opere esposte, prende chiaramente le distanze dal dio Cronos e lascia che i suoi personaggi, di leggera ispirazione magrittiana, si affaccino su una realtà sottosopra, che pare modificata da un “ruota 90°” di Windows. È così che Parigi diviene un luogo tanto lontano dalla romantica capitale che sembra trovare ottime corrispondenze nelle città costruite attraverso collage sottoposti allo scanner da Beate Gutschow. Opera mirabile la sua, in cui la realtà di Berlino muta in irreali rimandi a Blade Runner, all’Ara Pacis e alla Flagellazione di Piero della Francesca
Gli stessi occhi che Eva Frapiccini (Macerata, 1979) lascia che ognuno trovi nella sua opera Muri di piombo, in cui si torna sui luoghi che furono scene del crimine negli anni di piombo: Genova, Milano, Roma, Torino. Per mezzo del focus l’artista romana fa in modo che un fiore, una foglia, un angolo di strada e un muro si trasformino nelle bocche dalle quali (uniche parole possibili) escono gli articoli dei giornali dell’epoca, posti sotto la fotografia stessa. La distanza trentennale degli eventi in questione è un elemento che manca in toto dalla proposta delle gemelle Elisabeth e Carine Krecké (Lussemburgo, 1965). I fotogrammi da loro ritoccati sono l’apice della “questione sulla mutazione”: i ritratti da loro realizzati sono il risultato o l’inizio del mutamento?
E quale è la trasformazione negli scatti di Marek Kvetán (Bratislava, 1976)? Riguarda i colori, la luce, la densità cromatica o piuttosto lo sky-line delle città ritratte? È un insieme di tutto ciò, ottenuto attraverso IDOC, fotografie digitali nelle quali si evidenziano la dimensione orizzontale e quella verticale. La profondità e la sovrapposizione di più piani sono invece il centro della ricerca di Nina Dick (Vienna, 1980), artista viennese che chiude la querelle tra lo spazio ed il tempo: lo spazio è un prodotto del tempo e questo è reso visibile dallo scorrere del primo.
Mutazione come manifestazione di una convivenza inconscia.
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fausto capurro
mostra visitata il 26 aprile 2007
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