Fuori formato. Fuori da qualcosa. Ovvero fuori da tutto. Negazione. Un atteggiamento, un sentimento che ricorre in molti giovani artisti. Il distinguo. In questo momento senza idealità, un momento di polarizzazione che diventa una depolarizzazione, spiazzante. Un momento di identità deboli. Meglio disallinearsi. “Giorgia Accorsi, Sara Basta, Beatrice Remillieux non ci stanno”, scrive Santa Nastro nel testo critico. E della mostra ci propone una lettura ad excludendum, l’unica possibile, l’unica efficace. Ci dice cosa non sono, prima di dirci cosa sono. Ci dice che le tre artiste non accettano il facile stereotipo neo-femminista, sempre in agguato –ahinoi– anche nelle grandi biennali globali. Ma ci dice anche che esse non cercano la propria strada attingendo al grande calderone concettual-minimal sociopatico (per dirla col mitico Tom Wolfe), buono per tutte le stagioni. Non ci stanno. Ed è nel ritrarsi che si incontrano intorno ad una cifra che in qualche modo le accomuna, nel ripiegamento riflessivo che le porta a rivalutare il cinema, arte ormai classica. Ed ecco Giorgia Accorsi, che propone un video dedicato ad un eroe-antieroe della nostra adolescenza, o delle nostre rivisitazioni da cineteca, quel colonnello Kurtz vero protagonista di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola: “Ho osservato una lumaca che strisciava sul filo di un rasoio… è un sogno che faccio… è il mio incubo…”. E la Accorsi ne fa un paradigma della sua, della nostra condizione di sospensione, di indefinitezza, di precarietà immaginativa. Retorico? Inquietante, piuttosto, e condotto con ottimo controllo del mezzo e rigore compositivo.
Beatrice Remillieux sublima invece le sue citazioni cinematografiche nell’ironia, con degli still tratti da classici come L’uomo che sapeva troppo di Hichcock o La Ronde di Roger Vadim. Composizioni molto vintage, nelle quali pone i protagonisti, quasi ridotti a sagome, in bianco e nero, nei loro stessi ambienti, ma rielaborati alla maniera pop, coloratissimi, creando un corto circuito relativistico fra realtà e finzione. Più complesso il lavoro di Sara Basta. Che indugia sulla fase introspettiva, su un’identità femminile cercata e poi negata, indagata con serie fotografiche giustapposte a disegni, ma alla fine drammaticamente irrisolta. ”… un sistema impetuoso e schizofrenico di riferimenti”, per chiosare con la Nastro, “dal quale lasciar scaturire un caleidoscopio affascinante di universi possibili”. Un sistema impetuoso. Schizofrenico. Fuori formato.
massimo mattioli
mostra visitata il 13 dicembre 2005
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