È strano pensare che, dopo la performance musicale di Riccardo
Benassi – dove
rumori elettronici aumentavano d’intensità, riempiendo lo spazio di un’atmosfera
“aspettata” quanto contemporanea -, il Pastificio abbia voluto dedicarsi alla
pittura. Ancora più strano se, prima della pittura e prima della musica, il
2009 concludeva la stagione espositiva con le installazioni ambientali site specific
di Kaarina Kaikkonen e Katinka Bock. Insomma, nessuno se lo aspettava e non tutti hanno apprezzato la
riuscita sorpresa.
Carte di Identità degli stati d’animo, però, non è una semplice mostra
di pittura e non è nemmeno semplice tornare a confrontarsi con tele, sculture e
disegni in una contemporaneità che non ne affida l’innovazione, se non ai
datati o agli internazionali giovanissimi. Le opere di Seboo Migone (Roma, 1968; vive nella Val d’Orcia
e a Londra) si collocano però nel Pastificio con una delicatezza piena,
materica e cromatica, a partire dalla serie di volti fusi in bronzo a cera
persa fino ai grandi oli nell’ultima sala.
“Fisionomia umana, paesaggio, nature morte emergono in
combinazioni impreviste. Colore psicologico e colore naturalistico sono di
uguale importanza nel dare una forma a dipinti che testimoniano il passaggio
tra mondi interni ed esterni, tra la notte e il giorno”. Così si racconta Migone, in un
crescendo espressivo che non nasce mai dal ricordo preciso delle immagini che
vuole riprodurre, ma dallo stato emotivo e sensoriale che il ricordo
suggerisce. Un’atmosfera bucolica e selvaggia riempie i carboncini così come le
tele.
I soggetti di Migone esplodono in pennellate di colori a
ricordare la scuola statunitense degli anni ’50, in cui l’Espressionismo
astratto veniva scambiato per libertà espressiva e tutta la drammaticità
tedesca si espandeva nell’allungamento della figurazione. Migone colleziona
sentimenti di ricordi, pensieri non immediati sui quali ritorna, reinterpreta e
alla fine colora, attingendo al vissuto più sensibile della campagna. Non è
facile però tenere a mente i suoi lavori, catalogarli per ricordarne le forme:
superfici piatte confondono i contorni di sagome riconoscibili.
I carboncini neri riempiono la carta fino a saturarne
tutti pori, pochi spazi bianchi e qualche alone di figura si intravedono nell’ombra.
The Wild Boy
racconta di una naturalezza rurale animalesca dove i tratti appena incisi del
volto di un uomo fanno pensare a come sarebbero potuti essere i teschi di Basquiat
prima della morte
di Samo. E poi ancora pennellate di colori accesi disegnano boschi, uomini,
case? Forse solo i titoli indirizzano lo sguardo. E prima ancora delle tele,
prima dei carboncini, anche i volti in bronzo sembrano liquefare i loro zigomi;
nascono dai tratti somatici dei suoi figli per perderne di somiglianza,
acquistando sembianze a metà tra il diabolico il fanciullesco.
“Ho imparato a riconoscere due energie in conflitto,
una che desidera rivelare un’immagine chiara e l’altra che vorrebbe negare,
nascondersi, creare una terza dimensione”, continua Seboo. Trovando quella dimensione fra l’ancorarsi di una
pratica pittorica spezzata dalla sfiducia della contemporaneità e una pulsione
interna libera da ogni pregiudizio.
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Peggy
Guggenheim e la nuova pittura americana
Kaikkonen
al Pastificio Cerere
E
pure Katinka Bock
flavia montecchi
mostra visitata il 15 marzo 2010
dal 12 marzo al 30 aprile 2010
Seboo Migone – Carte d’identità degli stati d’animo
a cura di Alan Jones
Fondazione Pastificio Cerere – Cerere
Temporary Gallery
Via degli Ausoni, 7 (zona San Lorenzo) – 00186 Roma
Orario: da lunedì a venerdì ore 15-19
Ingresso libero
Catalogo disponibile
Info: tel. +39 0645422960; info@pastificiocerere.com; www.pastificiocerere.com
[exibart]
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