Il bianco è di scena all’Istituto Polacco di Roma. Questa volta, nelle tele quadrate –appena aggettanti dal chiarore della parete- di Stanislaw Dròzdz (Slawkow, Polonia, 1939; vive in Polonia), il candore diventa protagonista assoluto, insieme al nero dei segni riprodotti. A ben guardarli sono (s)oggetti piuttosto familiari: lettere, numeri, simboli matematici che costruiscono misteriose catene il cui senso logico sfugge.
L’artista si serve di questi elementi, in genere usati come simboli di un qualche valore, per delineare insolite trame grafiche che tendono a sconfinare e a superare i limiti di ciascuna tela: prevale una visione d’insieme, laddove i s
Nella seconda sala i segni appaiono combinati coi numeri secondo espressioni matematiche. Ci si illude per un attimo di carpire il senso, ma i segni sono ostili perché rifiutano un codice di dialogo. Il loro oltrepassare la tela è inquietante perché fa vacillare ogni certezza di un sistema logico – matematico.
Si fa strada una dimensione poetica e ludica, non solo nel momento in cui l’artista inserisce in questi misteriosi codici la sua data di nascita, ma anche considerando più in
Come Suprematismo ed Astrattismo avevano smesso di considerare forme e colori come mezzi per rappresentare la realtà, così per Dròzdz numeri e segni non portano più a risultati aritmetici, ma servono per tessere trame nuove, accattivanti ed inquietanti. In fondo, il formato quadrato delle tele bianche sulle pareti dello stesso colore non potrebbero che essere forse un implicito omaggio al Quadrato bianco su fondo bianco di Kasmir Malevic?
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