Categorie: roma

fino al 30.XI.2010 | Diamante Faraldo | Roma, Oredaria

di - 22 Ottobre 2010
Schiava del petrolio e dei preconcetti, la cultura
occidentale ha ormai “perso la vertigine della verticalità”. È così che Diamante Faraldo (Aversa, Caserta, 1962; vive a
Milano) sintetizza la propria personale concezione dell’Occidente, spiegando
che, “seppur salendo in alto si può avere un senso di vertigine, si ha anche
una visione più ampia
”.

Da questo assunto apparentemente semplice si articola la
riflessione artistica di Faraldo. Una ricerca imperniata su alcuni specifici
concetti esplicati nei diversi lavori che, riuniti, costruiscono un articolato
percorso. Lavori come frammenti che, simili alle tessere di un mosaico
disseminate in galleria, relazionati fra loro vanno a comporre la grande mappa
del mondo, Dentro l’occhio dell’occidente appunto. Una mappa, però, formata da numerosi
dettagli – alcuni anche in contrasto – che stanno tutti a significare
l’autoreferenzialità in cui la cultura occidentale si è chiusa. Un po’ come
Narciso che ormai si guarda solo allo specchio (da qui le immagini capovolte,
con contorni a volte sommari).

Per spezzare questa gabbia è dunque necessario ricostruire
le rovine del passato affinché si possa capire questo mondo, individuando il
momento in cui si è creato quel gap che ha portato all’attuale sfaldamento
culturale. Per realizzare questo recupero è necessario ripartire dalle origini.
E le nostre origini biologiche sono nel grande continente nero.

Il percorso ha inizio proprio dalla grande Africae nova
descriptio
.
Realizzata con marmo nero e camere d’aria (commistione tra materiali nobili e
poveri che rappresenta la peculiarità dell’artista), non è la riproduzione di
quella attuale, bensì quella dell’olandese Willem J. Blaeu del 1635, perché è
proprio in quest’epoca che inizia la colonizzazione del continente e la sua
spartizione da parte delle grandi potenze europee, che hanno creato quelle
gravi fratture tuttora vive. Spartizioni rappresentate dall’andamento
geometrico dei confini (che non sono naturali) dei diversi stati, che stanno a
indicare l’impossessarsi del territorio.

Questa riappropriazione delle origini dev’essere
realizzata con un certo raziocino. Ecco allora Melancholia poliedro (per l’esattezza, un esaedro) di
düreriano ricordo, che indica la perfezione delle nostre certezze e che vuole
anche essere un invito a guardare attentamente la nostra cultura. Che scorre
come sangue nelle nostre vene (Zeithof_1 – Dimora del tempo_1) o come l’acqua dei fiumi (Zeithof_2
– Dimora del tempo_2
)
perché è nell’acqua che la vita è racchiusa.

In Melancholia è nuovamente un poliedro che segnala un male della nostra
civiltà: la dipendenza dal petrolio, con due parallelepipedi neri su cui di
nuovo è rappresentato l’emisfero capovolto. Un lavoro, questo, che vuole
fortemente sollecitare la percezione dello spettatore, perché la perfezione della
composizione e dei materiali con difficoltà fa distinguere la compresenza di
marmo e petrolio, e conseguentemente il punto in cui finisce l’uno e inizia
l’altro.

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dal 7 ottobre al 30 novembre 2010

Diamante Faraldo – Dentro l’occhio dell’Occidente

a cura di Angel Moya Garcia

Galleria Oredaria Arti Contemporanee

Via Reggio
Emilia, 22-24 (zona Porta Pia) – 00198 Roma

Orario: da
lunedì a sabato ore 10-13 e 16-19.30

Ingresso
libero

Info: tel. +39
0697601689;
info@oredaria.it; www.oredaria.it

[exibart]

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