L’affinità artistica di personalità soltanto in apparenza così difformi, trova conferma nella condivisa venerazione per il colore, sotto il segno di una vera e propria apologia della tonalità.
E’ la grande tela di Enzo Cucchi a dare il nome all’evento, dov’è il colore giallo, che lui in maniera inedita modula su di un tono chiaro e modernamente fluo, a suggerire, per contrasto, le forme arcane ed arcaiche di una memoria, la sua, licinianamente errante-erotica-eretica, capace cioè di una estrema libertà filologica di movimento in un tempo compresso e ritrovato. Cucchi sceneggia così l’interno di una lanosa e biblica casa-caverna, dove fa inquietamente muovere una pecora giottesca che sembra istintivamente sapere di vivere al di sotto di una ombrosa ed esistenziale selva fatta di alberi-uomini. Che hanno, sì radici profonde e misteriche, ma che risultano incapaci, nell’atrofia diffusa del quotidiano, di recuperare la loro naturale estensione verticale, metafisica.
Tali ombre vivono con minor inquietudine pure nei volumi del monocromo su tavola presentato da Ettore Spalletti, dov’è l’eco della fisicità del rosso porpora del fondale, combinato all’oro dal sapore antico dei bordi assottigliati, a svelare l’assolutezza di uno spazio armonioso e spirituale. Che l’abruzzese costruisce non predisponendolo razionalmente, bensì lasciandosi guidare dall’erotismo di una manualità intuitiva dalle profonde implicazioni sapienziali.
Rebecca Horn invece, nella sua meccanico-poetica installazione LunaLimone, moltiplica l’energia del colore riflettendolo su di una doppia superficie specchiante e ruotante oltre che nella rappresentazione della sua duplice essenza di naturalità (colore reso dal suo corrispettivo naturale: un vero limone) e artificialità (colore giallo metallo, concentrato in una sfera meccanica).
E’ d’obbligo constatare come emerga una profonda unità, senz’altro favorita da una forte condivisione tematica e affiatamento intellettuale tra gli autori che, nella curiosa pubblicazione a testimonianza dell’evento, hanno scelto di rappresentarsi come persona (ognuno attraverso un proprio ritratto fotografico) al posto di rappresentare le opere in mostra e di farle accompagnare dall’immancabile corredo critico. Puro narcisismo di chi oramai si considera una leggenda d’arte? Forse piuttosto è l’ossessione di sapersi pittore-artista al di là di scelte eventuali o di possibilità esistenziali. Pittore per destino, autenticamente tale nel senso fortemente etimologico del termine: dal latino pictus, participio di pingere cioè, appunto, colui che sa colorare (che è poi come dire celare, evocare, suggerire, creare…). E di questa fondamentale questione, sia pure in maniera diversa, discutono da sempre -in questa sede esplicitamente- con le loro opere Cucchi, Spalletti e Horn.
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Enzo Cucchi, Gennazzano, 2002
Ettore Spalletti, Napoli, StudioTrisorio 2001
Rebecca Horn, StudioTrisorio, Napoli, 2004
Redazione Exibart
mostra visitata il 24 novembre 2004
[exibart]
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