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fino al 31.I.2010 | Massimo Bartolini | Roma, Magazzino d’Arte Moderna

di - 28 Gennaio 2010
Visitare la personale di Massimo
Bartolini
(Cecina, Livorno, 1962) durante il vernissage è
sicuramente un’esperienza diversa da quella che si può vivere nei giorni
immediatamente successivi. Le opere dell’artista toscano si completano solo con
l’intervento dello spettatore e, quindi, reagiscono differentemente di fronte a
una moltitudine o a una solitaria partecipazione.
Azionato da un rilevatore di
presenza, il viavai di persone crea un suono ininterrotto; altrimenti c’è
silenzio. Un silenzio spezzato soltanto se lo spettatore decide di inoltrarsi,
di superare la soglia, di entrare nello spazio e far parte di un tutt’uno con
l’opera, ovvero con la musica.
Mentre nei lavori precedenti non
si avevano dubbi circa il ruolo dell’individuo, qui la sua indiscussa
centralità è ex aequo con la musica, anzi col suono o, meglio ancora, col silenzio. Il
silenzio del “prima” e del “dopo”, interrotto da un suono del “durante”. È una
sorta di “opera dormiente”, un lavoro silente “prima”, quando nessuno entra in
contatto con esso. Allorquando ci si addentra nel suo raggio di azione, l’opera
si “anima”, producendo un suono o una musica minimalista. “Dopo”,
all’allontanarsi dello spettatore, diventa di nuovo muta.

In Ouverture per Pietro (leggi Pietro Riparbelli,
musicista col quale Bartolini ha collaborato), risultato della performance che
si è svolta durante l’inaugurazione, un suono emesso da un microfono ha fatto
letteralmente esplodere la lampadina sotto la teca di plexiglas, che ora
gelosamente custodisce i resti di vetro. Un suono e una luce che prendono vita
solo se il rilevatore registra, appunto, una presenza.
Più articolata è, invece, Three
quarter-tone piece
,
l’opera da cui prende il titolo l’intera personale e donde ogni singolo
componente ha specifici significati e riferimenti. A partire, appunto, dal nome
stesso. Perché Three quarter-tone è il titolo di una composizione di Charles Ives, celebre per l’impiego di
dissonanze e della musica microtonale. I pieces sono quindi i tre mobili (un pensile
da cucina, un armadio e una cassapanca) trasformati, con studiate aperture, in
organi a tre canne accordate a un quarto di tono l’una dall’altra che, attivati
dalla presenza dello spettatore, suonano contemporaneamente un armonico accordo
con inaspettate risonanze.

Anche il loro colore non è casuale, perché le
rispettive tonalità corrispondono alla specifica nota emessa da ciascuno, sulla
base degli studi della corrispondenza tra suono e colore svolti da Louis
Bertrand Castel.
Infine, tre monocromi. Con una
veloce occhiata, possono sembrare tre banali tavole ma, soffermandosi e
avvicinandosi, si riescono a vedere le numerosissime, romantiche goccioline di Rugiada che le ricoprono.

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da De Carlo

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La
videorecensione della mostra

daniela trincia
mostra visitata l’8 gennaio 2010


dal 14 dicembre 2009 al 31
gennaio 2010
Massimo Bartolini – Three
quarter-tone pieces
MAM – Magazzino
d’Arte Moderna
Via dei Prefetti, 17 (zona Pantheon) – 00186 Roma
Orario: da martedì a venerdì ore 11-15 e 16-20; sabato ore 11-13 e 16-20
Ingresso libero
Info: tel. +39 066875951; fax +39 0668135635; info@magazzinoartemoderna.com; www.magazzinoartemoderna.com

[exibart]


Visualizza commenti

  • http://www.ikea.com/it/it/catalog/products/S79848825

    A proposito di artisti clichè, Massimo Bartolini risulta essere esempio perfetto. Come per Patrick Tuttofuoco si tratta di artisti bravissimi nello sviluppare una forma di burocrazia formale e concettuale. Concettualmente si tratta di individuare alcune citazioni colte e assolutamente inaspettate. Per fare questo è utile impegnarsi su wikipedia, con piglio attento e burocrate. Formalmente è ancora più facile, si tratta di sviluppare, evolvere e degerare l'impostazione Ikea. Mentre nel caso di tuttofuco a cavallo di anni '90 e 2000 vi erano germi interessanti e fertili (sottoposti oggi a precoce imborghesimento, più grave perchè erano germi basati sulla "giocosità") nel caso di Massimo Bartolini , nel corso degli anni, abbiamo assistito a tutto e il contrario di tutto. Sì, certo una destabilizzazione del luogo. Ma a quale buona opera non vi si può imputare la medesima natura? O quante opere hanno questo piglio? Si tratta di focalizzare ben altre Urgenze. In Bartolini c'è sempre stata una certa sensibilità standard e accademica che ha sempre incontrato i supporti determinanti di buoni contesti (de carlo, arte all'arte ecc) e buone relazioni pubbliche/private. Quindi contesti e relazioni diventano "materia" integrante dell'opera. Alla fine della fiera un "buon artista standard italiano", ma che sulla scena internazionale trova un centinaio di epigoni più agguerriti e meglio sostenuti. La sala lettura alla recente mostra alla fondazione civica. La sala per i laboratori dei bambini alla recente biennale. Sono contributi standard, facili e rassicuranti. Parlare di arte per questi contributi significa sprecare occasioni. Sono contributi da delegare formalmente e concettualmente ad altre figure, più facilmente reperibili. L'artista (termine stucchevole per intenderci) dovrebbe andare un po' oltre. Piuttosto credo che non vada oltre perchè trova un vuoto di Contenuti, perchè percepisce una vertigine data dall'impossibilità di manovra. Non si tratta di perseguire il nuovo e l'innovazione come menager dementi. Si tratta di ottimizzare l'opportunità dell'arte, evitando un burocrazia ripetitiva che diventa quasi controproducente. Un'ikea di lusso e preteziosa, che è ormai definibile a tavolino rispetto schemi da impiegato del catasto (con tutto rispetto).

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