Oggetti rinvenuti e riconvertiti, oggetti che celano un passato ormai dimenticato di funzionalità ed uso. Martin Boyce, artista di Glasgow alla prima personale in Italia, costruisce un mondo estremamente personale ed effimero dove l’arte e la vita assumono contorni sempre più sbiaditi e dove il sogno e la realtà sono soliti scambiarsi di posto.
Il lavoro dell’artista inglese parte sempre da qualcosa che è strettamente a contatto con il contigente, in questo caso le sedie disegnate da Arne Jacobsen considerate piuttosto come strutture modulari
Ed ecco così nascere dagli schienali delle Series 7 chairs di Jacobsen maschere tribali che celano una profonda inquietudine e spettralità e ricordano le maschere di Man Ray, o sculture sospese simili a divertissement per bambini che però non emettono nessun suono o rumore ma piuttosto incombono attraverso la loro forte e straniante presenza. Alla Calder.
Dalle forme pure ed elementari di oggetti di design passiamo a forme impure, volutamente sgraziate e popolate di fantasmi come quelle di Boyce.
Il legno delle sculture perde la lucentezza e l’uniformità conferitagli dal lavoro umano e – attraverso intagli, graffiti, e… graffi prodotti dall’attrito con oggetti contundenti – assume una nuova carica espressiva ed emozionale. Se per Goya Il sonno della ragione genera mostri per Boyce forse l’iperattività dell’intelletto umano è causa scatenante di visioni solo
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