Letizia Cariello, Italo Zuffi, Mona Marzouk e Carlos Garaicoa, questi i nomi dei quattro artisti scelti da Teresa Macrì e Bartolomeno Pietromarchi per la nuova mostra della Fondazione Adriano Olivetti.
La Fondazione, dopo la pausa estiva, torna infatti a calcare la scena artistica romana con nuove ed interessanti novità: ristrutturazione di spazi, una programmazione
Prova ne è la qualità degli artisti esposti e delle opere, tutte frutto di una riflessione attenta e accurata sulle problematiche dello spazio, inteso non solo nell’accezione schiettamente fisica, ma anche, più sottilmente, come scambio interculturale e sociale.
Se entrerete nelle sale della Fondazione, avrete a che fare con tende arabeggianti, bianche architetture impossibili, silenziosi video che giocano sull’ambiguo dualismo interno-esterno, scardinando le convenzionali coordinate di spazio e tempo.
Gli interventi proposti, rivelano infatti, al di là delle poetiche individuali, una forte e coerente unità di pensiero, una sorta di comune sentire che porta gli artisti a risolvere, ognuno con i propri strumenti, il conflittuale rapporto con l’alterità.
Letizia Cariello sintetizza nella Tenda-elemento di per sé appartenente alla cultura nomade, pertanto simbolo di instabilità-una sorta di rifugio, fragile ed effimero allo stesso tempo, che protegge dagli attacchi dell’esterno. Quella stessa attenzione, quasi morbosa e ossessiva verso l’esterno, verso l’altro da sé, è rappresentata dall’opera dell’artista cubano Carlos Garaicoa, che fissa su un piccolo giardino una telecamera che indaga, cattura e ripropone, tutto ciò che avviene davanti a sé, fuori, nella strada. Mentre Italo Zuffi mostra un video, Shaking Doors II , che rappresenta
Buona la qualità dei lavori. Ed interessante -se sottoposto ad una attenta lettura- il messaggio lanciato da questi giovani artisti, un messaggio ambiguo e accattivante al tempo stesso, un messaggio che è, oggi più che mai, simbolo dei nostri tempi.
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