Mi arrendo. No, non è un modo simpatico per iniziare l’articolo, ma la frase scritta da Gaia Alessi e Richard Bradbury sullo zerbino che accoglie i visitatori all’entrata della galleria. Se avesse il dono della parola, un oggetto che viene sempre calpestato probabilmente non direbbe altro. Un modo disarmante per lanciare un messaggio liberatorio.
Accanto alla porta di ingresso -sulla parete di sinistra- un testo pare descrivere i lavori degli artisti presenti nella galleria indicando la rispettiva dislocazione nello spazio espositivo. Interessante, peccato che le opere citate non siano quelle presenti, ma altri lavori precedentemente realizzati dagli undici artisti invitati e che il testo stesso sia un’opera. Jessie Ash per Review -questo il titolo del lavoro- ha chiesto al critico J.J. Charlesworth di recensire un’ipotetica mostra con i medesimi artisti.
Mürüvvet Türkyilmaz fissa sulla parete una fila verticale d’aghi per cucito di lunghezza diversa trapassati da un filo sottile; ai piedi della leggerissima colonna posiziona una bottiglietta dello stesso iodio usato per tingere metà dello spago. Una sorta d’elettrocardiogramma domestico e minimale, molto efficace nella sua semplicità.
Simile esteticamente l’opera di Gail Pickering, Toothpick Carnival. Il lavoro consiste in un cumulo di stuzzicadenti che si contrappone -come testimonianza fisica- alla piccola immagine di un meticoloso modellino costruito con bastoncini di legno simili; il risultato è una specie di cortocircuito visivo dato da un rapporto tra ordine e caos.
È una curiosa complicità quella che si crea tra le opere nella seconda stanza, dove l’unico elemento che ricorda una distorta presenza umana è la foto-autoritratto di Graham Gussin, Self Portrait as X-The man with the X-Ray Eyes.
Magnus Thierfelder -invece- propone un intervento acustico facendo riecheggiare un suono per la galleria; i cavi delle casse vengono usati come una sorta di traccia per delineare un circuito informe nello spazio.
Il suono sembra prendere forma nel video dell’artista tedesco Bernd Behr: un’ immagine molto romantica nella sua freddezza di uno scorcio stradale assolutamente alienate di Londra, mandato in loop.
Quest’ultimo viene ripreso da Italo Zuffi, che proponendo una finestra dalle dimensioni fantastiche, la spoglia del suo utilizzo presentandola come oggetto non funzionale.
Ed è da scovare il lavoro dell’artista inglese Melanie Counsell: 5 ml spoon è un intervento simbolico che ben rappresenta la caratteristica comune a tutti lavori esposti. Ponderazione e misuratezza.
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carola bonfili
mostra visitata il 30 marzo 2004
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