Di fronte ai numerosi giovani artisti che aspirano ad un rapido successo, commerciale, più interessati a sfruttare il sistema dell’arte che a compiere un percorso creativo di ricerca, e in contrasto con quelle gallerie conservatrici ridotte a esibire artisti facilmente smerciabili, il giovane spazio romano di Giacomo Guidi fa una scelta diversa. Dopo la personale di Vittorio Messina, presenta così il terzo appuntamento del suo itinerario attraverso artisti non troppo consolidati a livello commerciale, ma con un lungo percorso di ricerca. È la volta di Nakis Panayotidis (Atene, 1947). L’artista greco, residente in Svizzera e formatosi a Torino nei primi anni Settanta nel clima estetico e socialmente impegnato dell’Arte Povera, ha concepito tutto il suo lavoro intorno alla condizione nostalgica di un ritorno, mai avvenuto, attraverso gli scatti della macchina fotografica in esterni. Per arrivare poi a luoghi immaginari.
Dopo le mostre al Palazzo Ducale di Genova e al Centro Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia, approda a Roma con un progetto minimalista di indole concettuale, integralmente pensato per lo spazio espositivo. Nei suoi lavori più celebri risulta interessante osservare la sottile evocazione malinconica del mondo industriale, suggellata nel suo declino attraverso immagini fotografiche in bianco e nero la cui nitidezza si dilegua sobriamente accanto al metallo del sopporto. Anche se risultano forse più interessanti quelli in cui è concessa una speciale rilevanza al bronzo ed a elementi luminosi, specialmente Un viaggio in maschera e Noi vogliamo sperare che, includendo il neon come un’infusione di energia, svelano le influenze dei suoi primi anni di studio, principalmente quella di Mario Merz.
Un lavoro di intenso pathos, carico di una forte valenza filosofica, ma svincolato dalla sua tradizione nazionale, che si svolge tra ambienti spogli di qualsiasi elemento disturbante e che induce a lasciarsi andare verso un particolare viaggio come metafora della conoscenza. Concludendo con un libro semi aperto, nel quale le “pagine in bianco” sembrano scorrere imperterrite, illuminate da una lampada, in attesa di una poetica intimista che le riempia. Forse quella personale di ogni spettatore.
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