Carta canta, come si dice. E, cantando, si accartoccia. Come foglia di vite attaccata da un virus.
Stefano Arienti (Mantova 1961; vive a Milano) quel virus lo conosce eccome: è stato l’oggetto della sua tesi di laurea in agraria, ma anche –a questo punto possiamo ben dirlo, a quasi vent’anni di distanza dalle Barchette– lo spirito guida di un’instancabile interrogazione, per lo più on paper, dello spazio mediale.
Perché la carta è sempre carta, soprattutto quando stampata: vuoi quella austera dei calendari e degli elenchi del telefono, vuoi quella che ostenta –in un kitsch ora tropicale, ora innevato- una sorta di neutro paesaggistico buono come fondale per i desktop.
Così, si parte degli strabilianti origami –incredibilmente datati ai roaring eighties– e si arriva ai recenti collage di poster, ritagliati e traforati (Montagna blu) oppure giuntati con le chiusure lampo (Palme). Ci si imbatte nell’allure fluo di una destrutturazione delle Ninfee di Monet, condotta a termine con la plastilina applicata a ditate (il caro, vecchio pongo). E si finisce col naso all’insù, sedotti da un folk a sua volta impaginato, fatto di preziosi drappi ridipinti e stesi a cavallo di una parete divisoria (22 stoffe tinte in rosso, del 2001). Spesso e volentieri ci si confonde, per esempio con l’illusionismo –e la tautologia– di un bosco che indossa l’uniforme (Verde mimetico, del 2004, quasi un tributo ad Alighiero Boetti), oppure coi libri cancellati (risalenti ancora al ‘91) ai quali, come agli animali che misteriosamente li abitano, manca soltanto la parola.
La carta che rinvia, l’artista che la infilza, il punto di obversione –quasi sempre posizionato tra bidimensionalità e spasmo scultureo– che lampeggia: di variazioni sul tema ne sfilano una sessantina, per una retrospettiva allestita –opportunamente– senza l’ansia di esibire un percorso cronologicamente coerente. Nella convinzione che un “tarlo” di razza (così, a proposito di Stefano Arienti, dice la capocuratrice del Castello di Rivoli Carolyn Christov-Bakargiev), ormai cresciuto, saprà di certo muoversi –e vorrà pure offrirsi– senza le dovute bussole.
Tutto è manipolazione, lavoro che si atteggia a lavorìo, per una produzione che reclama a gran voce –proprio perché ha per oggetto la ri-produzione– un confronto de visu. Plissettata, ritagliata, traforata: la carta non è mai apparsa tanto scontenta di sé, tanto vicina e prensile. Si tratta di raccogliere l’invito, inscenato in modo ogni volta diverso, a stropicciare quella sua paradossale distanza.
pericle guaglianone
mostra visitata il 4 novembre 2004
Ho costantemente l’esigenza di creare delle forme esterne che risuonino con la mia dimensione spirituale interiore
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