Osservare l’opera di Domingo Milella (Bari, 1981), giovane artista pugliese, allievo talentuoso di Massimo Vitali è come riscoprire quell’originario patto che la fotografia, come tale, strinse con le gallerie d’arte. Accadde quando ai coniugi Hilla e Bernhard Becher, in occasione della Biennale di Venezia nel 1991, fu riconosciuto il valore artistico dell’imponente opera fotografica di “schedatura” che fecero delle strutture architettoniche, purificate di ogni presenza umana. Se la fotografia di allora, unica e sola -non, dunque, un elemento fra tanti all’interno del quadro collage- aveva qualcosa da dimostrare, soprattutto ad una storia che ancora la ripudiava come arte pari alla pittura, al contrario quella attuale trova definitivamente nella galleria la sua sede più consona.
L’opera di Milella è un’arte di reportage: nelle sue fotografie campeggiano, con una potenza dettagliante, paesaggi urbani dimenticati, spesso alle soglie della stessa vita cittadina. In Gela (2006) l’artista immortala gli spazi vuoti che corrono tra sfondo metropolitano e un anonimo anfiteatro lasciato in mano ad una natura che avanza silenziosa, nella sua personale riconquista della terra che l’uomo ha coltivato a semi di cemento. Natura e civiltà: binomio per eccellenza. “Questi sono paesaggi stratificati, che hanno consumato la loro funzione o la stanno consumando. Lottano per esistere”, afferma l’artista. La civiltà appare nella sua manifestazione moderna, di presenza edificata o in costruzione, in orizzonti sugli scorci periferici in lontananza. È un’immensa discarica di rifiuti quella di Cuatepec (2005) cui fa da contrappunto il suo divenire, persino, veduta notturna di un’analoga città che copre, tra le luci della mondanità, i suoi misfatti ecologici. Tuttavia, l’opera di Milella non vuole essere retorica: ciò che colpisce è la mancata profondità di queste fotografie, tutto è in primo piano; elementi così numerosi da disorientare l’occhio che cerca un punto di ancoraggio.
Se difficilmente appaiono figure umane, è perchè il paesaggio parla da sé. La drammatica presa di coscienza delle ferite inflitte agli spazi di vita comune (e alla vita comune stessa) non passa attraverso l’espressione umana, veicolo più sicuro per un sentimento da trasmettere all’osservatore, ma nella realtà violenta che si presenta di fronte ai suoi occhi. La galleria BrancoliniGrimaldi, che ospita la mostra, garantisce un percorso lineare e, grazie alla dimensione delle opere, nonché alla collocazione al di sotto della linea dell’orizzonte visuale dello spettatore, permette a chi lo percorre di immergersi virtualmente in questi paesaggi come fossero accessibili attraverso enormi finestre.
Il trittico Catania (2006) è lo scatto da tre differenti punti di vista di un edificio privo di finestre e di porte. Un giro in tondo ad una struttura muta che, poiché tale, stimola l’opposto del silenzio: genera domande, dubbi ed interpretazioni. Infine, Magnolia (2006) segna un’apparente discontinuità nella serie: la maestosità dell’atavico albero accetta, conciliante, la presenza delle figure umane -anonimi turisti che a loro volta fotografano- e, tuttavia, è una natura che pervade l’urbanità stessa, quasi a voler competere con la sua storia di città industriale.
Ai margini di essa, invece, la periferia è guardata con distacco dalla natura medesima che, non ne perdona la presenza. “La realtà è autoritratto di se stessa”, scrive Milella. Non resta dunque che prenderne atto: elevare la fotografia ad arte serve anche a questo.
chiara li volti
mostra visitata il 13 aprile 2007
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