Categorie: roma

fino al 7.V.2006 | Alberto García-Alix | Roma, Galleria Brancolini Grimaldi

di - 13 Aprile 2006

Ne ha parecchi sparsi un po’ ovunque, tra cui una ragnatela sul collo; le lettere -una su ogni falange- che compongono la scritta NADA; un orologio al polso che sostituisce quello vero, a cui era molto legato -un regalo del padre in punto di morte- che gli è stato rubato a Buenos Aires qualche anno fa.
“Il tatuaggio è una lettura. Una presentazione criptica. Non sei mai nudo con il tatuaggio”, afferma Alberto García-Alix (nato a Léon nel 1956) in occasione dell’apertura della mostra che presenta alla Galleria Brancolini Grimaldi, nell’ambito del FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma.
Ironico? Forse. Trasgressivo? Lui dice di no. “Sono un personaggio delle mie fotografie”, riconosce. Basettone spolverato di bianco, cerchietti d’argento ai lobi delle orecchie, veste di nero con il giubbotto di pelle da motociclista e i pantaloni leggermente svasati. Vincitore in Spagna del Premio Nacional de Fotografia nel 1999, García-Alix ha esposto per la prima volta i suoi lavori nel 1981. Collabora con riviste come Vogue, Vanity Fair e The British Journal of Photography. Da qualche anno ha lasciato Madrid per vivere a Parigi.
È considerato uno dei principali esponenti della movida, movimento che negli anni ’80 ha agitato la vita culturale della capitale spagnola, quando all’insegna della provocazione esplodeva la voglia di vivere, dopo quarant’anni di dittatura. Un periodo di transizione particolarmente vivace e movimentato da registi come Pedro Almodòvar, band musicali tra cui Radio Futura, Nacha Pop, La Union, Los Secretos. E naturalmente artisti e fotografi.
C’è chi lo definisce “pittore della vita moderna”. García-Alix, con le sue fotografie in bianco e nero, racconta storie notturne: la strada, le motociclette, le stanze vuote, corpi nudi che diventano statue, storie ai margini che coinvolgono prostitute, drogati, pornostar, travestiti. Non è gente qualunque, sono amici e conoscenti, perché per lui “la macchina della vita è l’incontro.”. L’inquadratura è sempre, e comunque, rigorosamente frontale, diretta. Un altro grande orgoglio è quello di poter lavorare in libertà. “Sono io che comando la mia fame” -continua- “se un lavoro non mi interessa non lo faccio.”
Tra le circa trenta immagini esposte in mostra c’è un nudo in stile sadomaso –La princesita (1988)- della sua amica, la cantante Ana, con il volto coperto e le lunghe unghie smaltate; l’uomo di spalle della foto Hell Angel (2000) ha una grande scritta tatuata –Hell Angel per l’appunto- che è la stessa che compare sulla cinta dei jeans. In La minifalda de tamsin l’obiettivo è puntato su un paio di gambe femminili in movimento calzate da un décolleté con i tacchi a spillo; particolarmente enigmatica la fotografia intitolata The model (1988) in cui il tronco di una giovane donna esce dal terreno, proprio come un reperto archeologico che viene alla luce dal passato remoto.

manuela de leonardis
mostra visitata il 5 aprile 2006


Alberto García-Alix
Roma, Galleria Brancolini Grimaldi Arte Contemporanea
Via dei Tre Orologi, 6A (Parioli)
Lun.-sab. (chiuso dom), 14-20 (verificare telefonicamente)
ingresso libero – per informazioni tel. 0680693100 e-mail
info@brancolinigrimaldi.com – Ufficio stampa – Studio Grassi/ Flavia Garzella – flavia@brancolinigrimaldi.com

[exibart]

Nata a Roma nel 1966, è storica e critica d’arte, giornalista e curatrice indipendente. Con Postcart ha pubblicato A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011), A tu per tu con i grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (2013); A tu per tu – Fotografi a confronto – Vol. IV (2017); Cake. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (2013), progetto a sostegno di Bait al Karama Women Center, Nablus (Palestina). E’ autrice anche Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (ali&no, 2015) e Isernia. L’altra memoria – Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla Biblioteca comunale “Michele Romano” (Volturnia, 2017).

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