La luce illumina, rivela e svela. La luce di Bernardì Roig (Palma de Mallorca, 1965) è corrosiva, meschina e impetuosa: mette in evidenza corpi gonfi, triviali, abbrutiti dal raggiunto limite della sopportazione. Dopo la mostra primaverile di Milano, le statue umane, i video, i disegni in grafite, le metafore metafisiche e i rimandi testuali alla cultura letteraria e artistica arrivano a Roma, dove vivono nuovi contesti negli spazi espositivi del Museo Carlo Bilotti.
Il dialogo che si crea tra le due parti, artista e museo, è necessario perché l’opera di Roig realizzi i suoi intenti: la percezione della reale presenza di corpi umani, pesanti e affaticati -calchi dal vero tra cui spicca la figura del padre- si nega. A partire dal colore della loro pelle, bianca come la luce che decolora, che corrode via la forza vitale, che fagocita tutto silenziosamente. Figure umane, versioni miniaturizzate o a grandezza naturale che rinunciano ad un realismo alla Ron Mueck per porsi come elementi non autonomi della rappresentazione, in perenne contatto con il video, a cui si accompagnano.
La luce è quella a neon, ipnotica e meschina, dalla quale l’uomo è accecato (Sound Exercises, 2005). Essa s’insinua nella rappresentazione ed esce a balzi fluorescenti dagli interstizi tra quadro e parete (Ejercicos de parecido, 2005), del cui peso, dietro l’apparente leggerezza della luminescenza, si fa carico l’uomo, trascinandolo sulle proprie spalle (Colour Light Exercises).
Se l’area dello spazio espositivo gioca con il cortile interno attraverso la vetrata principale, che amplia e illumina una parte del percorso, altrettanto fa l’artista, mettendo in scena un dialogo fra opere video e statue in resina, tra interno ed esterno, tra video-narrazione di una decapitazione già avvenuta e l’uomo-statua sui trampoli che “chiude gli occhi” di fronte al filmato e all’ipotetico sguardo del visitatore che vi passa in mezzo.
La mostra crea una scena dinamica e attiva. Lo sguardo inabile alla vista e la luce che acceca sono i temi dell’opera di Roig ma, tanto nei lavori tridimensionali quanto in quelli bidimensionali -oltre al trittico e ai video sono presenti una serie di disegni che ricordano un Amleto inquieto in conversazione con il proprio teschio- il grottesco della rappresentazione si gioca anche sul piano dell’azione di chi guarda ad esse: il visitatore è invitato a cercare. Così dietro le colonne, appesi alle pareti, cadenti dal soffitto, nascosti dietro gli elementi architettonici del museo, spuntano le presenze inquietanti di uomini cloni imprigionati tra lettere alfabetiche (Strauch!, 2004) e tubi al neon. La luce naturale che dalla vetrata penetra la galleria indubbiamente contribuisce a nascondere alcune di quelle presenze.
Tuttavia il conflitto è inevitabile: la chiarezza della luce della mattinata estiva mette in disparte alcuni dei lavori di Roig, che sembrerebbero invece richiedere una maggiore oscurità in virtù di quel dispositivo di autoilluminazione di cui si dotano in gran parte. Inevitabilmente le ore del giorno diventano in questo modo criterio guida per una visione ottimale della mostra: poter rendere conto dell’effettiva violenza della luce artificiale sugli uomini stanchi di Roig richiede innanzitutto penombra.
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ma quale uomini cloni!!!!
Sono tutti diversi!!!! (tutti suoi amici personali) che purtroppo per qualcuno, si assomigliano....
Alla inaugurazione l'artista c'era... bastava chiedere.
ma sono uomini alienati tipo che condividono la stessa sorte.